Enrico Cardile.
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Amore, tuo piccolo errore.
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1934. Studio editoriale moderno, CATANIA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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L'AUTORE.
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Enrico Cardile, noto anche con lo pseudonimo di Eli Drac (Messina, 19 marzo 1883, Siracusa, 13 marzo 1951),  stato uno scrittore, poeta e giornalista italiano.
Dopo gli studi di indirizzo tecnico, si diplom ragioniere. Fu estimatore di Giosu Carducci, la cui poesia egli riteneva essere "quanto di meglio ha prodotto la nostra poesia dopo Dante e dopo Foscolo". In seguito fu attratto dalla personalit e dall'opera di Giovanni Pascoli, che allora insegnava a Messina, e infine da Gabriele D'Annunzio.
Nel marzo del 1935 si trasfer a Siracusa, dopo una breve permanenza a Palermo, nel 1940 collabor al quotidiano locale L'Ora.
Nel dopoguerra partecip, mantenendo la sua posizione di esteta animato da un estremo idealismo, all'attivit di un gruppo di giovani letterati siracusani impegnati in un generico ritorno alla "poesia". Deluso, anche sotto l'influsso degli eventi, da quelle correnti di pensiero che lo avevano attratto in precedenza, rivolse la sua attenzione pi che mai alle antiche civilt dell'Oriente e alle scienze esoteriche. Mor a Siracusa il 13 marzo 1951.
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Amore, tuo piccolo errore.
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INDICE.
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MISS CAVERA.
IL QUADRO	
SCUSI, LEI  JOFFRE?
IL DONO DEL DIO.
PANCIA AL SOLE.
IO E IL KRONPRINZ.
I DUE LADRI.
COLPO DI DADI.
L'ANELLO NUZIALE.
AMORE, TUO PICCOLO ERRORE.
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Fine INDICE.
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ALLA MEMORIA DELLA NOBILDONNA CLARA VIOLANI GIBERTINI.
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Di queste novelle:
Tengo ad affermare, sopra tutto, l'essenziale, inapparente, armonia.
Trattasi di battute della stessa orchestra, in tempi diversi.
Una cantata su metro impari.
Una linea d'arte vissuta, e quindi, qualche volta, contradittoria, sino alla spezzata finale.
Lo stile  l'uomo: e l'uomo non  coerente.
Queste novelle:
Riflettono stati di paesaggio e stati d'anima.
D'altronde, anche il paesaggio  uno stato d'anima.
Ecco "Il Dono del Dio": sonore sontuosit classicheggianti...
E: "Amore, tuo piccolo errore": sottile fragilit dell'oggi.
Per, la conoscenza degli uomini perpetua l'ironia del Dono.
E, ancora: la Guerra, la guerra sentita, pi che combattuta; e cio il problema e il tormento interiore della tremenda esperienza.
Scritti di ieri e d'oggi, di giovinezza e di maturit, di amarezza e di compatimento, d'ironia e d'entusiasmo: la VITA, marcia forzata, con pochissime tappe, in un deserto dov' sabbia sotto i piedi, e chiarit di stelle sul fronte.
Amen.
1934 . ENRICO CARDILE.
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MISS CAVERA.
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Stemperiamo un po' di sentimento in una misurata dose di patriotismo fuor di moda. E ci, non mai per ottenere degli effetti eroici (il nostro tempo ha per caratteristica la posa eroica dell'"antieroismo"), ma per la determinazione precisa di un puro atto di civico riconoscimento.
Dobbiamo, inesorabilmente, ricordare la Guerra.
E occorre, quindi, fare i conti con qualcuno prima di affrontare la situazione. Questo qualcuno  il lettore. Il lettore  qualche volta (come nel caso in ispecie) degno di tutti i riguardi.
Ora, il lettore ha fondato motivo di mettersi in sospetto e in allarme, se gli si annuncia che la dissertazione, il ricordo, l'episodio, il racconto quello che vi pare e piace si riferisce alla Guerra.
Perch il lettore  stanco di queste cose. E ha ragione.
I "postumi" letterar della guerra, sono, senza dubbio, pi perniciosi dei postumi economici. Ed hanno, senza dubbio, anche le loro vittime.
Ogni uomo che "ha fatto" la guerra, ha creduto, al ritorno, improvvisarsi "storico" della guerra; per lo meno, storico della "propria guerra". Ne sorgono conseguenze spaventose. Soltanto quattro o cinque libri, venti o trenta episodi, si salvano dalle inevitabili quarantene.
In conclusione il pubblico s' tanto seccato, che non distingue pi, in argomento di guerra, quello che pu veramente interessare, dalle consuete scocciature.
Abbiamo il desiderio di perpetuare il ricordo di una buona azione. Abbiamo la debolezza di ricordare il nome di una gentildonna che le autorit ufficiali e gli scrittori della guerra hanno avuto torto di trascurare. Un atto di giustizia, dunque, e un'affermazione di verit.
Che possiamo farci se tutto ci  strettamente unito al ricordo bellico, e se, per dire di Colei, dobbiamo, inevitabilmente, ritornare agli episodi guerreschi? Anzi, certo,  per Lei sola che siamo dolenti se la nostra penna non sa, come vorrebbe, essere calda ed espressiva di elogio, per Lei sola, viva nella nostra memoria come un tepido chiaro di luna sentimentale, in un tempo in cui, sbarrata la porta delle romanticherie, sul cuore degli uomini sta perennemente fermato il cartellino del va altrove a star comodo, con tanto di "non c' pi posto".
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(Ci siamo Il lettore perdoni, se pu. Cercheremo di essere rapidissimi).
Ho visto, per la prima volta, Treviso, durante la grande battaglia del Piave, nel giugno 1918.
Treviso era come il cuore di un immenso organismo in convulsione: un cuore che non pulsava pi.
Tornavamo dai pressi di S. Biagio, perch la battaglia s'era spostata e ridotta soltanto verso il Montello, dopo parecchi giorni di cannoneggiamento infernale. Ci pareva di uscire da un fischiante covo di mostruosi serpenti metallici.
Lunghissime ore trascorse senza sonno e senza cervello. Gli occhi del corpo sbarrati e gli occhi della mente serrati. Ore di attonimento pi che di spavento.
Poi, silenzio, improvviso silenzio, magnifico silenzio. Silenzio in cui splende tutta la pace e in cui s'illumina tutta la speranza. Silenzio, nei cuori che tornano a battere. Il silenzio  la gioia, dopo la battaglia: ammirazione soddisfatta di cieli sgombri, purissimi.
Per questo, due o tre, tra i pi "sensitivi", ci buttammo faccia a terra, sulle nude zolle, premendo le zolle tepide col ventre e col petto, annaspando pugni di terriccio sotto le mani. La terra nostra, e la gioia di vivere, ancora!
Nessuno potr dire, mai, quanto sia bella la vita, se non abbia provato, da presso, l'orrore della morte.
Verso il tramonto rifacemmo la via di Treviso.
Treviso spettrale. Il Sile verde e pacifico sotto i ponticelli discreti. Dalle case sventrate da lacerazioni enormi di muri, venivano fuori, a ingombrare le strade, masserizie e stoviglie. Dalle slabbrature violente degli usci occhieggiavano le pi recondite misteriosit domestiche. Bersaglieri ciclisti, elmetti traversi, pedalavano capricciosamente tra le rovine. I "sacchi di terra", proteggenti il pianterreno di alcuni edifici, s'erano rovesciati in cataste difformi, come pingui otri rossicci. Inutile cercar borghesi: pi pratico e serio veder comparire le prime stelle nel cielo, simili a trafitture dell'azzurro. Treviso, il pi bel fiore di tutta la Marca, giardino di donne belle, bionde come l'oro, Treviso ridotta ad ascoltare soltanto la canzone del suo fiume desolato...
Ma sull'anima prona della citt silenziosa, vigilava la bont onnipresente di una donna, un'autentica eroina: Miss Cavera.
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Tutti quelli che sono stati a Treviso in quei giorni hanno conosciuta Miss Cavera. Miss Cavera era la potenza dell'oro e la gentilezza del sesso, santificate da un miracolo d'amore. Era il buon raggio di luce nella tenebra fonda.
Come dama della Croce Rossa aveva un compito, ma cento altri ne assumeva per conto proprio. Stava l, nel centro della battaglia, a sorridere ai disperati, a benedire ai maledicenti.
La sua villa, non lontana da una delle porte della citt, era ricovero ai passanti, era l'oasi di tutte le frescure. Aperta a tutte le ore. Truppe internazionali vi s'incontravano e si frammischiavano. Come padrona di casa, Miss Cavera era sempre assente e sempre presente.
Aveva un servizio proprio, disimpegnato da militari. Nelle cucine s'affaccendavano uomini truppa, tutta la notte. I sotterranei, le infermerie, la grande sala di lettura erano sempre pieni di soldati e di ufficiali.
Giungendo dalla pianura di Spercianigo, noi eravamo rotti dalle veglie e dalla fatica. Ma non c'erano case che ci ospitassero. I soldati si stesero tra copertoni e materiali d'artiglieria, sugli affusti e le carrette da battaglione, noi, ufficiali, stiracchiammo le brande, sotto alcuni filari di alberi, sul ciglione del fosso che incanala le acque del Sile.
Ma i rumori della notte e le preoccupazioni recenti ci toglievano il sonno. Un greve umidore gocciolava dalle frondi e si alzava dalle acque. Le ciglia appesantite dallo sforzo, non trovavano l'energia di chiudersi; il cuore, il muscolo sempre insonne, dava, a tratti, strattoni impazienti nel petto affannoso. Il delizioso "auberge  la Grande Hourse", della giovinezza scapigliata di Jean-Arthur Rimbaud, non sorrideva per nulla alle nostre esauste membra. Ora un cerchio metallico cominciava a stringere il cranio, e l'impazienza e l'attesa del sonno cominciavano a diventare affannose, per cui io ho sentito il bisogno di finirla col falso riposo, e, buttando gi le coperte, alto il bavero impellicciato, nascoste le mani nelle ampie saccocce del raglan d'artiglieria, mossi alla ricerca di notturne avventure in mezzo ai carri ed agli affusti fantasmagorici.
D'un tratto, la notte parve occhieggiare di lumi. La casa della Benefattrice mi si par dinanzi in tutta la sua confortevole presenza. L'ombra pi densa del fabbricato era rotta dalla luce erompente, senza ritegno, dalle finestre spalancate. Ci aveva del meraviglioso. In quel luogo ed in quell'ora, la luce era uno sfarzo inconcepibile, una spavalderia inaudita.
Il gran cuore benefico di Miss Cavera splendeva. Contro tutti i decreti, contro le leggi pi elementari della prudenza, miss Cavera sfiaccolava le torce della sua eccezionale piet. La piet  irresistibile, talvolta, e si disfrena, quando  necessario, come la violenza: non tollera limitazioni.
A me, perduto nella selva delle desidie miserevoli, dei rifiuti necessar, delle calamit senza tregua, la Casa illuminata sorrise come un fantastico castello di Sogno senza porte di ferro e dragoni di guardia. Un viale di fine sabbia portava alla scala di marmo, e dal pianerottolo si scorgevano, nelle prime stanze, i cucinieri intenti a preparare e distribuire il caff. Caff per tutti: espresso per gli ufficiali, ordinario per gli uomini di truppa.
Un caff espresso, dopo tre notti di vigilia e di quasi digiuno,  qualche cosa che supera tutte le felicit del mondo.  quel balsamo che ti piglia il petto, stanco di respirare, e te lo ripone in funzione.
Dopo averlo sorbito, con piene ed assorte tutte le facolt del mio povero corpo esausto, gironzai, barcollando, da una stanza all'altra. La grande sala di lettura, con giornali e riviste italiani, inglesi, americani, francesi, era deserta. In altre stanze destinate ad usi diversi, s'incontravano ufficiali sconosciuti, per lo pi stranieri.
Attir la mia stanchezza la soffice opulenza di un divano ad angolo: mi vi lasciai cadere, e reclinai il capo sul braccio. Ero vinto, definitivamente.
Cos mi sorprese un graduato, il quale probabilmente disimpegnava le funzioni di maggiordomo; gentilmente, mi domand se volessi riposare, e mi condusse in una specie d'infermeria, una stanzetta tutta lucida e bianca, odorante di fenolo, dove mi addit un lettuccio. Il lettuccio era candido e morbido, la stanza queta ed appartata, l'invito assai cortese ed opportuno.
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Non presi sonno, no. Rividi, immediatamente, la pianura tremenda battuta dall'artiglieria nemica. La batteria, piazzata dietro una siepe di piante nane e di arbusti. I soldati immersi nel fango sino a mezza gamba, a calar gi i vomeri e a consolidare i paiuoli.
Rividi, vicinissimo, faccia contro faccia, il profilo dimesso ma fermo del sergente di un'altra batteria il quale mi disputava una catapecchia crollante per impiantarvi "la fureria"; e il volto scarno e spettrale di una giovane scema che ad ogni costo volle rimanere nel casolare sforacchiato, durante la battaglia: volto senza espressione, dai truci occhi fissi a guardare quasi l'interno proposito terribilmente sicuro: poi, d'improvviso, rividi la mia casa lontana (la pi lontana casa del mondo!) coi miei piccoli amati e la madre disperante. Il giardino tutto intorno, e la palma grande, ondeggiante che batte con le verdi braccia i balconi del secondo piano.
Giungevano alcune voci dall'esterno:
No, non s'andr pi... ora basta....
Ma come?... Ma come?....
....faremo come gli altri....
Silenzio.
Poi rintron il galoppo di un cavallo.
Poi sbuff un motore d'automobile.
Silenzio.
La testa mi faceva male. Il cerchio metallico si stringeva alla tempia sempre pi. Malgrado l'indolenzimento, pensai a delle cose ridicole. Poscia, le immagini, perdurando, si confusero; il cerchio metallico si stringeva sempre pi, sempre pi....
D'un tratto, m'assal un'improvvisa frescura: e anche un'improvvisa serenit. Come se un'ala d'angelo mi palpitasse vicina. Certo l'uscio della stanza era stato aperto, e qualcuno s'approssimava al mio letto, silenziosamente.
Dischiusi gli occhi, e, nella penombra, scorsi un'immagine bianca. E l'immagine parve, questa volta, illuminare la mia angoscia: Una donna, alta, sottile, e rigida, come una virt teologale, sorvegliava il mio riposo. Era la padrona: "Domina...."
Dev'essere bella, se  benefica, avevo pensato. Mi parve bellissima. Anche perch non parl. Non doveva parlare. Creatura spirituale, fantasima concretizzata dalla nevrosi, moto sensibile della mia coscienza verso un'ignota realizzazione superiore. "Domina, soave". Chiusa, nella sua lunga veste monacale, i capelli castani raccolti sulla nuca bianca, Ella non viveva che per gli occhi grandi neri e profondi. La bocca era breve ma serrata, e quasi dolorosa. Le mani bianche e delicate si posavano sui seni, con le dita aperte come grandiose margherite a cinque petali.
Purificazione degli occhi e dell'anima, dopo la miseria violenta. Risollevarsi lento e graduale verso un paradiso di serenit, tra musiche inaudite e profumi incredibili. Riemergere dal fondo, con la testa e le braccia e respirare finalmente, e scorgere un orizzonte azzurro e un'isola verde vicina. Ecco l'improvvisa sensazione del mio povero io, squassato da tutte le tempeste, mortificato da tutte le astinenze. Allora forse mormorai, debolmente: "Ave, Domina...."
Le due grandiose margherite si agitarono come scosse dalla brezza, e la destra rec l'indice affusolato alle labbra mentre la sinistra mi contenne al riposo.
E l'invito fu pi forte, di qualunque stanchezza. La soavit del gesto, la vaporosit della visione, m'assopirono cos, magneticamente, come un fanciullo beato.
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Ho incontrata Miss Cavera, a Treviso, l'ultima volta, nel febbraio 1919. Treviso cominciava a riacquistare la sua vita attiva e gaia. Il vecchio cuore travagliato, ripigliava il suo battito gagliardo, s'inturgidiva di energia nuova ed operosa. I mercati si animavano, le macerie cominciavano ad essere sgombrate, le autorit riprendevano possesso degli uffici. Noi, reduci dalla battaglia di Vittorio Veneto, si conveniva spesso nella simpatica citt, assiepando i caff, disputando spesso intorno all'epoca del congedo, che si faceva aspettare ancora.
Un giorno la scorsi di lontano. Portava l'abito della Croce Rossa. Era seguita da un gran veltro, un animale snello, languido, magnifico. Salutai, dall'altro marciapiede, militarmente: tutti gli ufficiali salutavano Miss Cavera.
Rispose, ma, senza dubbio, non mi riconobbe. L'ora della piet era trascorsa.
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 IL QUADRO.
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Scesi da Gubbio, nel cuore dell'inverno, i due vecchietti rimasero a brancolare per le vie di Roma.
Piccoli entrambi, minuti e parolai: fratello e sorella.
Il collo magrolino di lei chiuso entro un peluzzo spelacchiato di leprotto e le mani di lui fornite, in tutto, di ben otto dita, entro guantoni di lana casalinga.
A Roma s, si sarebbero occupati! Lass, la neve era troppo alta, e l'olio mancava alla lucerna, e il pane mancava al desco.
Erano di buona famiglia, lass a Gubbio, ma i casi della vita, sempre avversi, li avevano ridotti in miseria. E perci scendevano a Roma.
E poi, avevano con loro il quadro: un grande quadro, un San Giovanni miracoloso. Tutti i miracoli aveva fatti quel quadro, meno che toglierli dalla miseria! Era, peraltro, tutta la loro fortuna: e doveva trarli d'impiccio. L'avrebbero venduto, malgrado l'ardore e la venerazione. Caro ricordo di famiglia, destinato ora al rivenditore o all'antiquario! Pazienza! San Giovanni comprende e compatisce.
Come si fa a tenere vicino un simile tesoro, quando manca il pane, un d dopo l'altro? Bisognava disfarsi del tesoro... San Giovanni comprende e compatisce.
Quando il viaggio fu deciso, quando la vendita divenne imprescindibile, nella piccola casa di Gubbio (non era pi la casa dei due vecchietti!) si solennizz una commovente cerimonia di distacco. I due vecchietti poggiarono il grande quadro alla parete dalla quale era stato staccato, e rimasero lungo tempo, ginocchioni, a conversare col Battista. S, a conversare, perch il Battista li ascoltava, senza dubbio, dalla sua biblica foresta, con i piedi immersi nell'acqua battesimale e la chiocciola grondante tra le mani.
Era un Battista ieratico, dal bellissimo corpo d'efebo e dagli occhi neri compassionevoli. Sereno e benedicente, purificato e purificatore, rassomigliava il santo martire Sebastiano, inchiodato all'albero, e trapassato dalla freccia mortale nel petto, all'altezza della mammella gonfia come una mammella femminea.
Il Battista, pure essendo tanto giovane, li aveva visti nascere i due vecchietti. Essi erano incanutiti, vedendoselo sempre giovane e sempre benevolo, a sorridere dalla parete delle tristezze, e lo amavano come figliuolo, pur adorandolo come santo, come il pi ragguardevole dei santi. E sentirono quindi il bisogno di giustificare il loro atto quasi sacrilego.
Piansero. Mai al mondo furono versate lacrime pi sincere.
Coi pugni stretti si percotevano il petto:
Noi ti venderemo, o Battista, figliuolo, come i cani Farisei vendettero Ges Cristo.
Ti venderemo per non morire.... Eppure, che ci giover vivere senza di te? Si percotevano il petto:
Sessant'anni ti abbiamo adorato, ed ora ti vendiamo, o Battista figliuolo!
Poi le due teste caddero immote sui grami petti, e il mistico silenzio s'interpose tra le anime e il Santo, e un lieve vacillar di nebbia avvolse il grande quadro desolato.
...
E a Roma, cercarono, dalla mattina alla sera.
Erano dispersi come granellini di sabbia nel vortice della metropoli, e per qualche giorno questi granellini di sabbia ebbero una volont, e sperarono. Si presentarono alla porta dei negozi, presso i rivenduglioli, gli antiquari, i collezionisti, cos come capitavano sui loro passi. Ce ne son tanti a Roma! Mostravano la fotografia del quadro: una fotografia unta e bisunta, assai sbiadita, e rivenduglioli, antiquari, collezionisti, non la volevano manco guardare.
Eh, cari miei, non son tempi di compere, questi!
Ma guardatelo, il quadro, guardatelo com' bello! E antico, poi! In Gubbio, pass una volta un antiquario romano, e ci disse che quella li  opera da non cedersi per meno di seimila lire
Bubbole, compari! L' forse un affare del Tintoretto?
Non  proprio del Tintoretto, ma di scuola ...
Fosse anche di Rafaello non saprei che cosa farmene...
Cos passarono da un negozio all'altro, da una bottega all'altra, da una casa all'altra. Niente! Nessuno aveva bisogno del quadro del Battista a Roma.
Quanto al Battista, esso stava accantonato in una botteguccia di merciaio in via Merulana; e non lo vedeva nessuno, che l i passanti s'occupavano d'altro, e il merciaio stesso, paesano di Gubbio, era infastidito per l'inutile ingombro.
La bottega del merciaio era la tappa alle fatiche della ricerca giornaliera. Ma non potevano sostarvi a lungo. La botteguccia di poche spanne, non offriva posto che al bancone, alle scansie e al merciaio. Di notte, inoltre, fu necessario trovare e pagare un albergo. Lui avrebbe fatto qualunque sacrificio, anche a dormire sul nudo marciapiedi, e s che la notte romana  rigida, d'inverno! Ma la donna, come fare per lei? Lei era signorina, e di buona famiglia... C'erano molti di Gubbio a Roma, ma i tempi sono assai difficili, e il patriotismo  scarso....
Non abbiamo spazio! si sentivano ripetere.
Cercate presso la sora Tuta, la moglie dell'ex maresciallo.
Pi d'uno consigli loro la casa della sora Tuta, che era senza figlioli, ed aveva largo in casa, denari in tasca e gentilezza nel cuore. Tanto che decisero di andarla a trovare.
Dove abita la sora Tuta?
Con precisione non sapevano, ma forse verso i quartieri nuovi, ai Prati nei pressi di piazza Risorgimento.
Cerca e ricerca, finalmente rinvennero. Era proprio in via Catone, al principio, dalla parte di piazza Risorgimento, che abitava l'ex maresciallo Faloci, marito della sora Tuta, con la moglie e una nipotina.
Ma la casa era situata al sesto piano di un grande palazzone colmo di gente come un vespaio; e sali sali sali, contarono, come se fossero partiti dal basso un giorno prima, ben centocinquanta scalini.
I due vecchietti erano stanchi ed ansimanti, quando caddero sulle sedie offerte dalla sora Tuta.
Voi qui? E qual vento vi porta?
Per un pezzo stettero senza rispondere. Ansimavano affannosamente, erano lividi e non avevano manco la forza di aprir gli occhi. Poi dettero la stura:
Il vento che ci porta  tramontana di Gubbio, che si  fermata sulla nostra casa, ed ha spento la lucerna dopo aver sfiorato la neve dei monti. Sora Tuta, fa freddo anche a Roma, e siamo senza alloggio!
Ma perch avete lasciato il paese?
Narrarono tutto; dissero le loro speranze e le loro amarezze.
La sora Tuta scuoteva il capo, e teneva le mani incrociate sul grembo.
Eh! cari miei, questa volta non posso, proprio, darvi aiuto. L'altro ieri, proprio, abbiamo ceduto l'unica stanza disponibile perch sapete che abbiamo con noi l'Isolina a un personaggio importante che andava in cerca di trattamento in famiglia, uno che fa parte del Gabinetto particolare di sua Eccellenza il Ministro del Lavori Publici, un pezzo grosso, il quale, senza dubbio, dovr agevolare la carriera di mio marito al Ministero dell'Interno, e, chi sa! forse, tra non molto, lo far pure nominare Cavaliere!... Eh! cari miei, immaginate il mio Giuseppe Cavaliere? Beh! E c' da meravigliarsi? Gli tocca, senz'altro. Dunque, sono spiacente, cari miei, ma questa volta non posso, proprio, far nulla per voi. Affrettatevi, ora ch' giorno, a ripigliare altrove le ricerche...
Oh! poveri noi! E dove andremo?
I due vecchietti giunsero le mani e sgranarono gli occhi: questa no che non se l'aspettavano dalla sora Tuta! Ma come si fa a diventar cos egoisti, ma come si fa a voler buttare due vecchi mezzo morti sulla strada, ma come si fa a negare financo una cuccia per la notte, che non si negherebbe ai cani rognosi?
Veda, sora Tuta, veda almeno per questa sola sera, che siamo cos stanchi, ci getteremo per terra, o in cucina accanto alle galline, ovunque, ma non possiamo, no, tornare sulla strada, cos stanchi...
Benedetto il cielo, e che volete che vi faccia?... Ah, ecco il nostro protettore! State zitti!
Giungeva il Personaggio Autorevole del Gabinetto particolare di Sua Eccellenza il Ministro dei Lavori Pubblici. Era anche lui un poco ansimante per le lunghe scale, ma, tuttavia giovane poteva avere trentacinque anni fece presto a rimettersi, e a interrogare ridendo, la sora Tuta, intorno ai nuovi ospiti e alle novit del giorno. Informato, parve interessarsi della sorte dei due vecchietti, e disse qualche parola in loro favore.
La sora Tuta cedette.
Per una sola notte disse per una sola notte, cercherete di arrangiarvi sul divano del salotto, vuol dire che l'Isolina dormir nella nostra camera.
Intervenne il Personaggio Autorevole:
Oh, per questo, se permettete, Isolina potrebbe anche dormire nella mia...
La sora Tuta finse di non sentire, e la piccola Isolina (quindici anni) gli lanci un'occhiata molto significante che voleva essere di rimprovero e poteva essere di compiacimento.
Poi, i due vecchietti, furono spinti in cucina, dove masticarono qualche cosa, e seguitarono a chiacchierare, sino a tarda notte, coi compaesani, di Gubbio, di Roma e del quadro prezioso...
...
Due giorni dopo, si trovarono sempre sul marciapiedi di Roma, senza pi un soldo e senza una speranza. Ora non sapevano pi quel che si facessero. Erravano alla ventura. Erano convinti che non c'era da far nulla. Erravano, presi da una specie di sonnambulismo, senza meta, automaticamente quasi, per le strade popolose e per le strade solitarie. Muti, stretti per mano, a stomaco vuoto, intirizziti, i due vecchietti sembravano due cadaveri usciti dalla tomba, con desiderio di ritornarvi.
Senza dubbio, le loro sofferenze fisiche erano giunte a tal punto, ch'essi non soffrivano pi. Andavano avanti in cerca di niente, poich niente c'era pi nel loro cervello.
Soltanto una volta, quasi sottovoce, scambiarono un'idea terrorizzante:
Il Figliuolo ci punisce, perch abbiamo tentato di venderlo...
Giustamente ci punisce, il Figliuolo...
Egli ci ha tolto la pace...
A Gubbio, s, almeno si stava in pace...
Ora come faremo noi, se il Figliuolo pi non ci protegge?
O San Giovanni!
Poi, taciti, ripigliarono il cammino.
La sera, non si reggevano pi sulle gambe. Non avevano ingollato un soldo di pane sin dal mattino. E non sapevano nemmeno dove posare la notte.
Inconsci, strascicanti, verso l'Avemaria si trovarono nei pressi dei Prati. Era l'ora in cui la citt, in ombra, comincia a schiudere i suoi innumerevoli occhi.
Il movimento delle strade di Roma s'intensificava: gli impiegati lasciano gli uffici; il brulichio si accentua; sui tranvai la gente si pigia, sui marciapiedi s'incontra. Il via vai moltiplicato aumentava quell'invincibile senso di attonimento che s'era impadronito dei due vecchietti. Che avrebbero fatto? Dove sarebbero andati a morire?
Cos, certo senza volerlo, si trovarono in via Catone, sotto la casa della sora Tuta. Almeno lo credettero.
E iniziarono la salita della lunghissima scala.
Lenti, lenti, aggrappandosi alla ringhiera, pervennero al primo pianerottolo. Sedettero nell'ombra, ch nella scala la luce non era peranco accesa, e, dall'ombra si udirono i due brevi ansiti, come se vi fosse una sola bestia accucciata.
Poi ripigliarono la salita.
Era tanto lunga la scala! non terminava mai quella scala! Non dev'essere pi lunga la scala del paradiso....
Al terzo pianerottolo, lui incespic e cadde. La vecchietta sedette accanto al corpo disteso, senza cercare di aiutarlo. Non poteva, non aveva pi forza.
Dopo un poco il vecchietto tent rialzarsi. Continu la salita aiutandosi con le mani e coi ginocchi. Bisognava arrivare.... Dove? Ma era proprio l la casa della sora Tuta?
Quando credettero di essere giunti al sesto piano, e scorsero il cancello che immetteva sul ballatoio interno della sora Tuta, non ne potevano pi. Il cancello era aperto. Lo sentirono sotto le mani, nell'ombra che s'infittiva. Penetrarono.
Ma non era il ballatoio della sora Tuta. Quel cancello dava su una grande terrazza sconosciuta, vasta e bianca come un'aia d'estate, sotto l'enorme cappuccio scuro che doveva essere il cielo.
Essi compresero che avevano sbagliato, ma non tornarono indietro. E che valeva? Ogni luogo  buono per morire: si pu morire nell'alto e si pu morire nel basso, quando non si muore nel proprio letto.
Essi avevano abbandonato il loro figliuolo Giovanni, e il loro figliuolo Giovanni li aveva abbandonati. L'orfano aveva lasciati gli orfani. Soli, dovevano morire.
Nell'ombra, le mani dei due vecchietti si strinsero per l'ultima volta. I due cuori tornarono a battere: il ricordo palpit come un'ala leggera sui cervelli estenuati: Gubbio, la Montagna, la Casa....
Sotto, immensa e vorticosa stendevasi la grande citt che aveva spalancato tutti i suoi occhi ciclopici. In alto, il cielo era chiuso, nero nero.
D'un tratto, parve che sul cielo si agitasse un'immagine bianca, si profilasse un fantasma.
I due vecchietti videro. Videro nell'immensa volta nera, poco a poco, apparire la immagine luminosa del Figliuolo, del bel San Giovanni protettore.
Lo videro gigantesco e compassionevole, guardarli come prima, sereno e benedicente, purificato e purificatore. Tutto il cielo riempiva l'immagine del Figliuolo...
I due vecchietti caddero in ginocchio.
E allora l'Immagine, pi vicina, pi umanizzata, si stacc dal cielo, come se si fosse staccata dalla tela del quadro prezioso, e scese, appressandosi ai vecchietti che contemplavano esterrefatti. E quando fu proprio sul loro capo ed essi scorsero le pupille luminose e compassionevoli fermarsi sui loro due volti incantati, il bel San Giovanni, capovolse la chiocciola dell'acqua lustrale.
Essi sentirono sulla nuca il gelo di quel bacio benedetto, ed ebbero un brivido lungo e misterioso.
Poi non si mossero pi.
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 SCUSI, LEI  JOFFRE?
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Credo non sia capace di star ferma! pensava con disperazione il povero tenente.
La mamma, dall'altro lato, l'ammoniva, sotto voce: Tecla, figliuola mia, non t'agitare cos!
E la ragazza a far peggio di prima. Si muoveva, si divincolava, rideva, sempre, con un riso continuo e quasi convulso, un riso a singulti, che, a tratti, le faceva spuntare un gocciolino lucido, all'angolo delle lunghe magnifiche ciglia vellutate.
Eppure aveva, certo, quindici anni, quel pezzo di ragazzona indocile e indiscreta!
Tecla, vuoi star ferma? O andiamo via...
Ma Tecla non ascoltava. Sul palcoscenico, una ballerina spagnuola, Paz Bolero, tra uno schioccare di nacchere, traeva piroette incredibili su due gambe lunghe e sottili, strette in una maglia rossa, diabolica.
C'era poco da ridere. Cos, certo pensava pure il tenente, che, da un pezzo, stando seduto accanto alla ragazza, ne subiva l'inverosimile e tempestosa ilarit.
Era un uomo serio il tenente. E quanto all'et, doveva gi aver oltrepassata la trentina. Uno di quelli, senza dubbio, che la guerra aveva tratto dagli uffici e dalle professioni sino al rischio della trincea, un improvvisato guerriero, germogliato, sino al mezzo del cammino..., in pacifico conflitto, tra scartafacci o pandette, e chiamato, d'un tratto, alla vita dura del campo ed al gioco della pelle. E pareva seccato, inoltre. Seccato non soltanto per quel diavoletto di vicina, ma per fatti personali dei quali non  manco opportuno al pi indiscreto novelliere rivelare il segreto; e sembrava trascinare in teatro i precedenti e i conseguenti della non lieta avventura guerresca. Certo per distrarsi, per dimenticare.
A un tratto, sbadatamente, forse, la manina della fanciulla gli afferr la mano, che giaceva, inerte, sul ginocchio:
Dica lei, tenente, dica, non le sembra una matta? Guardi che capriole!...
S, s,  una matta, o quasi... fece il tenente, per chetarla; poco sicuro della propria risposta, o almeno dell'indirizzo della risposta stessa.
Ma la manina non si stacc dal ginocchio. L'uomo cominci a preoccuparsene.
O tenente, non dia ascolto ai discorsi della mia figliuola s'intromise la mamma  una sciocchina! Tecla, finiscila, dunque, stasera!
Egli si volse a guardarla, per la prima volta, diritto e fisso, in faccia. Scorse un volto ovale e roseo, quasi paffuto, incorniciato da lunghi riccioloni d'oro, una bocca rossa dischiusa su denti di perla, e due occhi grandi umidi neri irrequeti che non sostavano un attimo, e correvano dalla ballerina all'orchestra ai palchi alla mamma a lui. S, anche a lui, qualche volta, cos, quasi per errore, nel passaggio....
E che voleva ora da a lui quella pazzerella?
Allora, piano piano, timidamente, allontan il ginocchio, lasci che la bianca manina inconsapevole scivolasse, ritirandosi poscia lungo il bracciale di velluto della poltroncina, e tent di assopirsi nella contemplazione del fenomeno danzante che piroettava sul palcoscenico.
Ma la vicina non gli dette quartiere. Sino all'ultimo non volle lasciarlo in pace. Soltanto quando il sipario si richiuse tra un subisso di applausi, la piccola ossessa parve chetarsi, e con un borbottio parve concludere: "Si pu essere pi insulsi di cos?"
Quando uscirono, si trovarono, per combinazione, sullo stesso percorso. Il tenente salut; e la mamma, per giustificare la mancanza della carrozzella, disse: Strada breve, tenente, non occorre ch'ella s'incomodi...
Ma egli volle lasciarle all'uscio.
La casa era, infatti, di buona apparenza, ed il portiere gallonato, ed ossequioso, anche in suo dormiveglia.
Il grande albergo dove il tenente pernottava era proprio di fronte a questo fabbricato. Cos egli non perdette tempo a trovar l'atrio, a salir le scale, a rinvenir la stanza, il letto, il sogno.... Il Sogno?....
Ed il sogno, quella notte, gli sorrise come a un collegiale di sedici anni.
...
Pazza! Pazza! Ma non poteva fare a meno di pensarla; e si addorment con quell'immagine di diavoletto nella mente, con quella freschezza di primavera nell'anima.
E l'indomani, destandosi, poich la pensava ancora, si accorse che il pazzo era lui, e non lei.
Certo, era pazzo. Quella bambina irrequieta poteva essergli quasi figliuola! Ne nasceva un insopportabile senso di ridicolo, di piet, di avversione verso se stesso. Per una persona seria la preoccupazione era un poco sciocca. S, i vecchi leoni amano le gazzelle, ma per divorarsele, le amano! E lui, lui, vecchio sbrendolo, aveva ormai pi denti in bocca? Via, ci era ridicolo! Pens, involontariamente, a quel povero poeta italiano, un grande poeta, Carducci, che in vecchiezza s'innamor di una certa poetessa giovanissima. E Carducci era gi bianco, quando s'innamor di quella sciocchina! E che figura ridicola non ci ha fatto! Gi, ma Carducci era Carducci. Lui, invece, era il vecchio tenente, l'improvvisato guerriero, soltanto! Aveva anche lui, i suoi peccatucci poetici, ma sarebbero riusciti a farlo assolvere innanzi alla posterit? Tecla! Bel tocco di bimba! E che fa, il cervello?.... Era una pazzarella? Meglio: era stanco di seriet, lui. Quella l, invece, aveva il corpo di donna e l'anima di bimba. Era dunque, per l'amore, perfetta. Era degna di essere amata.... E lui, l'amava di gi?
Stefano, guardati allo specchio! (Sentiva il bisogno di dare sfogo a una folle risata). S, la divisa non ti sta male, e anche un uomo che ha pi di trenta anni pu ancora piacere. Ma non ad una bambina di quindici anni! Per, questa, sono ancora necessari i bamboli e le bambole! Gi, i bamboli! E intanto, nel ricordo, carezzava la bella personcina: E, dopo il volto, il collo, con le curve gi sode, il seno gi prominente, il braccio tornito, l'anca rotonda, e la mano, quella mano lunga e fine dalle unghie rosate, sul ginocchio sinistro! Ne risentiva la dolce pressione, l sul punto preciso dov'era accaduto il rapido contatto. Piccolo demonio di quindici anni!
Non altrimenti sono avvenute le perdizioni dei santi. Per queste prese imprevedibili sono crollate molte cose serie nel mondo. Comprendeva d'essere ormai imbrigliato in una ragnatela sottilissima, qualche cosa di tanto tenue da rasentare l'impalpabile. Con un colpetto di dito sarebbe stato capace di frangerla: ma egli trovavasi, ora, non soltanto nell'impossibilit di fare alcun gesto, ma, a momenti, anche nell'impossibilit di concepire alcun pensiero.
Si tolse dalla sua stupida contemplazione, e pass innanzi alla finestra. Sost, appoggi i gomiti al davanzale, e cerc, con l'occhio, un'altra finestra.
Ma quando scorse il profilo luminoso di Tecla, che gli sorrideva dall'altra casa, si butt, d'improvviso, indietro, senza salutare, come se qualcuno lo avesse minacciato. Il suo fronte si imperlava di sudore.
E perch mai?
Non se lo seppe spiegare. Il caso purtroppo, tornava a farlo impigliare in quella cosetta da gioco tutta vivacit e movimento. Come fare per scansarla? Era destino, invece, che dovesse accadere come lui non desiderava.
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Infatti, pi tardi, s'incontrarono al Corso. Era, con lei, sempre, la mamma. Stavolta avvenne una vera e propria presentazione; la bambina lietissima si aggrapp al braccio dell'ufficiale. Ed immediatamente gli tenne questo discorso:
Dica un po', sia sincero, non  Joffre lei?... Certo, se non  proprio Joffre,  qualche altro dei Comandanti alleati. Possibile che alla sua et, ella sia ancora tenente? No, non  possibile. Lei potrebbe essere il generale Joffre in giro segreto d'ispezione, per tener d'occhio gli ufficiali, quelli veri, quelli giovani....
Lo costrinse a dare un'occhiata, dalla pancia in gi, alla sua figura: in verit egli trov poco in s capace di rassomigliare all'eroico condottiero.
Che mai diceva, dunque, quella bricconcella? Lui, appena trentadue anni, e il generale Joffre, certo, sessanta; lui un poco pingue e un poco corto, l'altro diritto alto massiccio; lui tenente, appena tenente, nulla di pi, l'altro generalissimo. Niente, dunque, di comune tra i due punti comparativi di Tecla. Allora era soltanto per farlo arrabbiare, per metterlo in berlina, che lei diceva cos? Diceva cos per farlo pi triste, per indurlo a considerare con maggiore malinconia la propria incipiente e precoce calvizie, e la irrimediabile deficienza di stelle sulla manica della giubba?
Senta, insisteva la piccina, senta, io penso e sono convinta che non si dovrebbe fare il tenente se non a venti anni, al massimo, e il capitano a ventiquattro, il maggiore a trentatre. Il resto, poi. Come lei, il resto. Che bella figura farebbe in tal caso l'esercito, e che gioia recarsi a veder le parate! Bisognerebbe combinare almeno una parata ogni domenica! Invece! Dio che amarezze!.... Non s'accorge, per esempio, del taglio a mala pena velato dal lucido, che traversa in senso longitudinale tutto il suo gambale sinistro? Non s'accorge, per esempio, che il suo berretto si avvalla a destra e si tien gonfio dall'altra parte: come se vi fosse sotto della roba nascosta? Non  convinto che i suoi polpacci sono proprio esagerati? Non sente come il colletto le soffoca alla gola? E poi, la cravatta  troppo bassa, ed il fregio  un poco scolorito. Questo avviene quando uno ha trent'anni, quanti almeno, ne ha lei, e s'incapriccia a far l'ufficiale. E di un'arma montata, poi! Ah, vorrei vederla a cavallo! Che amarezza! No, no, non  cos che pu far figura il nostro esercito, e pu vincere la guerra! I tenenti dovrebbero aver tutti, ripeto, al massimo, venti anni; devono, inoltre, esser dritti sottili e ben agghindati, devono portar gambali lucidi e speroni, polsini candidi, fregio nuovo, berretto sbuffante... Non come lei, non come lei, che ha almeno quarant'anni e s'incapriccia...
Esagerava la ragazza. Ma c'era qualche verit nella sua aggressione. E Stefano, per la verit, era disposto a perdonare anche l'esagerazione. Non aveva pi vent'anni; questo era certo. Ma il suo, quello di far l'ufficiale, era tanto poco un capriccio! Chi gli avrebbe mai fatto sognare, anzi, qualche anno prima, la divisa e la caserma? Soltanto la guerra aveva potuto operare un simile miracolo. E, malgrado tutto, in divisa, egli non era un controsenso. O tanti, tanti, peggio di lui! Esagerava la ragazza! Ma era cos fresca e cos bella in quella sua inconscia furia demolitrice! Diceva quelle cose birichine con un tono cos serio! Chi avrebbe potuto resisterle, o convincerla del contrario?
Stefano, quindi, si accontent di non rispondere. E, per tutto compenso, strinse, sotto il braccio muscoloso, il gentile avambraccio rosato che s'appoggiava negligente.
E questa fu la prima avventura dell'uomo disilluso con la ragazza inesperta. E ognuno rimase al proprio posto: il primo studiandosi di non perdere la disillusione, e l'altra cercando di acquistare l'esperienza. Cos, entrambi, credettero di approssimarsi alla felicit.
...
Un giorno, ai giardini, il tenente era assai distratto.
Altercava col proprio destino. L'ora del distacco era prossima. La licenza ormai al termine. La batteria ad attenderlo sull'Altipiano di Asiago. Brutto posto Asiago!... Forse, in quel tempo, il pi pericoloso di tutto il fronte italiano. Rivedeva la pianura vicentina, e gli ultimi paeselli dell'erta: Marostica, Crosara, Conco, e il folto bosco, e il Pian de' Rossignol, la Valle Chiama, tremenda sotto il tiro austriaco da Croce S. Francesco. Brutto affare la guerra! E lui, dentro, ad esserci ributtato, tra poco. Lui, con la sua incipiente pinguedine, e il suo capo quasi calvo. Lui, col ricordo di questa ragazza che poteva esserle figlia. In batteria, nelle piccole ridotte sotterranee, a vigilare nelle notti fredde, tra sibili e rombi, e, pi angoscioso ancora, nel silenzio, che, spesso, mette i brividi e fiacca le volont. E il pensiero di lei, di questo fiocco rosato, di questa cosetta fragile, tutta brio e tutta profumo: come farebbe a vivere, tra poco?
Altercava col proprio destino, farneticando, come un mentecatto.
All'intorno, sugli alti alberi, frinivano le cicale.
D'un tratto, ella giunse, ansimante, gli cadde, di peso, quasi, sul fianco, gli si aggrapp al braccio: Mi salvi, tenente, mi salvi! Certo aveva fatto una lunga corsa.
Era rossa ed aveva i capelli scompigliati. La mamma non si vedeva. Forse l'aveva lasciata dietro per questa sua nuova scappatella.
Mi salvi, tenente, mi salvi! E rideva, intanto, con la sua bocca tutta aperta e odorante di mentastro e rosmarino. Poi aggiunse scoraggiata: Gi, non ha la sciabola lei... Perch non si fornisce di sciabola....?
Mi salvi? Di che?...
Un brutto moscone mi ronzava intorno. Ma ora  andato via; avr avuto paura di lei! E rideva.
Gli parve luminosa, vibrante tutta, com'era. Sulla pelle le correva una lucidit ambrata, solcata soltanto dalle sottilissime venature azzurre.
Com' bella Versaglia! Come son grandi le fontane! Vero  che in questo giardino scendevano spesso i re e le regine di Francia? Sa la storia lei?...
Le rispose ridendo:  vero, qui scendevano dai loro appartamenti, che ora sono improvvisati ospedaletti, i re e le regine di Francia e i cortigiani Non aggiunse "le cortigiane"; tanto, lei non avrebbe compreso!
Le fontane sono una delizia! Ci si tufferebbe volentieri. E quante statue! Ecco una donna nuda.  una regina di Francia, costei?
Era una immagine di Primavera, una bianca giovinezza marmorea un poco consunta e un poco corrosa, sotto il torrido sole di quel meriggio di luglio.
Stefano tent passare, ma lei lo trattenne, e not:
Non  vero, tenente, che questa statua  un poco pingue? Dev'essere, dev'essere.... un pochino come lei...
Questa innocenza, ora, gli parve alquanto screanzata.
Ma non lo irrit, anzi sensualmente gli fu pi dolce di una carezza. Ne prov certo un brivido di eccitamento, ed ebbe, d'improvviso, innanzi alla mente, l'immagine oscena della propria nudit, guardata dagli occhi curiosi della ragazza. La bella creatura diventava impertinente, ma, per ci stesso, per lui, pi interessante. Lo scrupolo di una profanazione dilegua, quando la purit diventa ardita, pur rimanendo inconscia. L'idea del nudo statuario messo in confronto colla sua nudit naturale, piuttosto che suscitargli il riso, gli fece aggrottare le sopracciglia. E pens pure, immediatamente, alla nudit di quel bel fiore umano che gli premeva il fianco con tutta la soffice mansuetudine della carne adolescente.
Nel viale solitario e grandioso, sotto i rami degli alberi folti, il silenzio era rotto soltanto dal frinire delle cicale.
Allora cercarono l'ombra: Sedettero, vicini, in una breve conca di verzura che recava l'impronta (o quanto antica!) forse di altre coppie amanti....
L'uomo non trov parole opportune. Parve supplichevole negli occhi. Lei era sempre lieta.
Che ha, tenente, a guardarmi cos, con quegli occhi da cane bastonato?
Non poteva risponderle. Avrebbe dovuto dirle cose ignote e forse ridicole. Avrebbe dovuto parlarle di cose che si dicono soltanto alle donne, non alle bambine.
Le disse, soltanto, dopo una pausa, a qualunque costo, senza ponderare: Tecla sei bellissima oggi!
E per dirmi questo fa un muso cos afflitto?
Tecla, io ti voglio bene assai, e tu mi burli sempre. Perch anche tu non mi vuoi bene, un pochino?
E le prese la mano e la trattenne tra le sue. Ella gliela abbandon, anzi reclin, quasi, il capo sul di lui petto.
E tutto quel biondo lo parve soffocare. Le sollev la testa, allontan i riccioli biondi che le cascavano sugli occhi grandi:
Bella! Bella! Bambina! Piccola! Diavoletto! Le disse molte parole, una pi incoerente e pi commovente e pi tenera dell'altra, ma non seppe dirle di pi. Non seppe pronunciare la parola amore.
Ora il seno della piccola amica, tuttavia agitato, sollevava la tenue camicetta rosea, irrigidendosi, a volta a volta, sulle due punte piccoline. La carne s'intravedeva come un biancore latteo dietro la trama sottile della seta, gonfia gi d'eccessive primizie. Si sent perduto.
Ma seppe contenersi, e invece di aggredirla come un selvaggio, per schiacciarla tutta tra le braccia strette, le chiese, languidamente, balbettando:
Tecla, mi vuoi dare un bacio?
Ella parve meravigliata, e rispose:
O che domanda  questa? E da quanto in qua, si baciano i vecchi?
Ma poi tese le labbruzze umide, e consent di tener la bocca sulla sua, quanto lui volle. E lui parve rinascere, e non voleva pi staccare la bocca. Nessuna dolcezza al mondo gli era mai parsa dolce come quella. Nessuna gioia, come la gioia di quel momento, nessuna ebbrezza di sogno come l'ebbrezza di quella realt.
Sent quasi una nuova vita rifluire nelle sue vene, una soavit fresca giovanile correre per ogni sua fibra, una serenit profumata salirgli dal cuore al cervello. Visse, un minuto, in paradiso.
D'improvviso, Tecla si allontan crucciata. Gli grid, in faccia: Basta, basta, ora, tenente! brutto tenente! E passandosi la mano sulla faccina accesa mormor: Come pungono i peli della sua barbaccia!
...
Malinconia di partenze, aggravate dalla possibilit di mancati ritorni; partenze in cui spontanea sorge la parola addio e non l'arrivederci; partenze di soldati per il fronte di combattimento... Frastuono di stazioni ingombre; volti imperlati di lacrime e di sudori, stanchezze iniziali pi profonde delle stanchezze degli arrivi.
Il tenente  l, con la sua cassetta accanto; e la cassetta d'ordinanza, sembra, con le borchie lucenti, il piccolo feretro in cui fu chiuso un cadaverino. C' qualche cosa di lugubre in questo breve bagaglio che pur ha tanto peso. E perch ha tanto peso? Spesso perch non porta nulla, o perch porta il breve ricordo del mondo che si lascia, forse per sempre.
Ella giunse, con la madre, e fu l l per buttargli le braccia al collo, ma sofferm le due mani sulle spalline.
E mai, consacrazione di amicizia a lui parve pi commovente. Sent un groppo di pianto salirgli dal petto sino alla gola, con un impeto crudo di prorompere. E per prodigio seppe soffocarlo. Ma non pot parlare.
Ella recava, in quel momento sostenuti dalla mamma, un gran tralcio di rose gialle e un pacchettino di dolci. Gli diede i dolci e trattenne le rose.
Sbricioli, nel viaggio, tenente. Cos si ricorder di noi.
Grazie. Mi scriva, signorina Tecla; quando sar stanca di burle con gli altri, pensi a me. Si diverta e mi faccia divertire.
Oh, ma lei avr le belle italiane dalla sua, una volta lontano! E dimenticher la piccola parigina irrequieta; non  vero mamma?
Fu tutto. Poi la sua attenzione fu tratta dal rumoroso affaccendarsi di una compagnia di soldati, carichi come muli, coi caschi metallici in testa.
Lei ha portato mai sul capo quel bacile capovolto? E rise. Poi cantarell qualche verso di una canzonetta quasi apache che piglia in giro gli italiani:
"lazaronis....
"frres cyniques....
"sur le quai....
E lui pensava a tante cose, che non s'accorse di quella disattenzione. Era grato alla piccina di essere venuta a salutarlo: tanto, era certo che non l'avrebbe pi incontrata! Non avrebbe potuto pi incontrarla, le loro vie erano diverse e lontane. L'una portava verso l'alba, l'altra verso il tramonto. Erano dunque le vie opposte della vita. Erano, nel contempo, le vie del destino. Ma quel bacio? Ricordava il meriggio di Versaglia e l'attimo della felicit trascorsa, ricordava il paradiso. E un pochino di questa felicit, di questo paradiso credeva di recar tuttavia seco, negli occhi, sulle labbra.
Quando il treno si mosse, egli stava ancora allo sportello, e cennava, con le due mani. Proprio come un fanciullone incapace di trovare la parola di distacco, l'ultima parola.
Tecla volle cavarlo d'impaccio, e tolse dal grande tralcio di rose un bocciolo appena dischiuso e glielo lanci, svelta. Stefano lo colse a volo, tra le due mani avide, che poi congiunse, in preghiera, sul pegno odoroso. Lo port fino alle labbra, alle nari, e lo bagn di una lacrima calda.
Toh! Guarda, mamma! Il tenente piange! Joffre ha paura d'andare alla guerra...
N'ebbe una grande amarezza. E questa amarezza gli giunse sino al cuore, mentre la dolcezza del bacio gli era forse soltanto rimasta sulle labbra.
 IL DONO DEL DIO
Verso le ore vespertine ritornava solitario il Pastore senza gregge. A traverso le brevi selve di qualche paesaggio etneo o siracusano, si attardava qualche volta su cespugli o fossatelli, e aveva dimenticato il sfolo donde solea trarre i malinconici sospiri della lontananza. Era pensieroso il Pastore: da lungo tempo non rivedea l'abituro, nel quale certo languiva in attesa la sottile Dionora, il bianco e tenero fiore che profumava il suo giaciglio.
A un tratto sost: nella macchia a destra del viatore, era un grande rosaio selvatico, un gigantesco rosaio, cui l'edera cupa, ora audace ora genuflessa sui rami poderosi, non riusciva ad intristire o a piegare. Sotto il verde cespo protettore si scorgea un altro cespo rossiccio; qualche cosa di molle e di uniforme che alla mente del pastore malinconico dest il ricordo del gregge lontano. Un'agnella, forse, neghittosa e tardiva, o pure dimenticata e fuorviata dal fischio e dalla voce conducente, o forse una belva in agguato sino alle prossime ombre vespertine? Sost, e avvicinatosi, con la punta del lungo nodoso bastone tocc quel cespo rossiccio immoto all'ombra di un grande rosaio. Ora il cespo si mosse, e, movendosi, offr all'occhio attonito dei bioccoli di lana ruvida, da cui presto emersero due caprini zoccoletti; e, rivoltandosi, i bioccoli si addensarono sotto l'inguine, dalla massa vellosa emersero due braccia umane e una testa ricciuta ghirlandata di racimoli.
Il Pastore ebbe un moto di maraviglia. Non un'agnella, non una belva egli scorgeva a s davanti, ma ritto, sulle caprine cosce, alta e serena e ghirlandata di racimoli l'umana belluina fronte, un autentico satiro, rivissuto come per incantesimo nell'antica selva pagana.
In tal modo gli parl il Biforme: Stava, o mortale, il dio, in adorazione del suo regno trascorso. Egli qu trasse la pi rigogliosa e piacevole giovinezza che fior mai nel mondo. Tu hai turbato il suo raccoglimento. E come l'altro rimase attonito Che! hai paura, mortale? Passarono dunque per sempre i tempi in cui i pastori reggevano al morbido giogo i tigri mansueti del carro di Dioniso?
Rispose finalmente il Pastore: No, che non ho paura. Non ho paura di alcuno io: fossi tu lo stesso Pan in persona, non anco io ti temerei. Ho affrontato e abbattuto con queste braccia nude i mostri pi voraci dell'Erice, e ho visto pure, con soave e trepido compiacimento, fremere tutta la foresta al suono del mio sfolo, e sostare attente le agnelle dalla pastura, e fermare sul mio capo le sue ali tempestose Eolo sovrano. No, fossi tu lo stesso Pan in persona, non per questo io ti temerei.
Rise allora il biforme: Or ecco, i pastori si assomigliano agli dei! Sol nella Tracia, sembrami, fu in altri tempi chi seppe emulare le tue virt musicali, e mal gliene incolse, ch il suo capo mozzo e lacerato gittarono le Eumenidi nelle acque dell'Ebro, ove un d Euridice con le ninfe compagne, trasse lieta i suoi vaghi diporti. Ma Pane non ti vuole male, o Pastore, tu l'hai tolto alle sue malinconie, anzi Egli si ripromette lasciarti tal ricordo di questo incontro, che il mondo vorr memorarlo per assai lungo tempo.
Ora camminavano vicini. E il velloso corpo del Biforme sfiorava qualche volta l'anca nuda del pastore, il quale, rimesso dal suo stupore, tratto tratto volgeva uno sguardo furtivo sul suo strano compagno. E d'improvviso gli chiese: O tu che sembri venire dal soggiorno degli Dei, guarda laggi, quella casetta bianca occhieggiante fra il verde. Ci vedi tu nulla dietro quella porta socchiusa?
Vedo Eros, appiattato dietro la tua porta.
E il Pastore ruppe, a sua volta, in una gran risata:
Hai tu buoni occhi, o Pan, se giungi a discoprire il soave nemico, oltre i muri e le porte. Ma ti voglio confermare da vicino la sicura saggezza del tuo giudizio, per quanto il tuo ventre, le tue gambe e i tuoi zoccoli ti assomigliano ai docili bruti ch'io meno a pasturare a suon di sfolo, lungo le pianure fiorite del Mleo.
Ed eccoli quasi giunti alla soglia. D'improvviso, lo sfondo tacito dell'abitacolo venne illuminato da una bianca apparita. Dionora, con in volto i segni della pi viva meraviglia, tutta assorta nella contemplazione dell'essere nuovo e bizzarro, dimentic di porgere il fronte al bacio consueto. N il Pastore che conduceva lo straniero, conobbe nel subito rossore delle guance ambrate, nel palpito pi frettolose delle poppe statuarie, altro che il turbamento dovuto al suo ritorno.
Cos l'uomo accanto al dio, sedettero ad un medesimo desco. Ma poi che nella ciotola larga cominci a fumare la vivanda e nel cratere ampio a spumeggiare il vino, il riso della piccola compagna tess una sua sottile trama di oro sino alle fumide travi del breve ricovero, sulle teste umana e divina, raccolte nel soave compiacimento del calore, della saziet, del torpore. Parlarono poco. Poi la femmina rise ancora, e, accanto all'Ospite, cos per gioco, attard l'esile mano fra i racimoli della testa caprina, e gli occhi furtivi attard fra i densi bioccoli lanosi che scendevano sotto il ventre del dio. E pi di tutto ebbe vaghezza delle due piccole corna sporgenti appena come tutelari sulla selva del capo ricciuto.
Ma stanco oltre l'usato apparve ben presto il Pastore. L'ansia d'amore invano accendeva il suo volto rosso, e il deso del prossimo piacere gli faceva tendere le braccia verso la duttile e ridente compagna: o il lungo cammino o il vino denso di Sicilia, stanchezza e torpore ponevagli nelle vene desiderose, ed egli invano tentavasi vincerli, tal che a un tratto piomb, esausto, sulla panca, di fronte all'ospite sardonico, gli occhi socchiusi, il petto gonfio, le mani inerti e prone sui ginocchi.
Quando si scosse, e spalanc gli occhi, ebbe un tuffo di collera. Intravide il Pastore la sua bianca e pura femmina sotto il corpo distesa del satiro in molle e voluttuario abbandono, gli occhi grandi senza pupille e le labbra scarlatte tese in un fermo sorriso di spasimo. Vide e rabbrivid. Altri compiva il diletto sacrificio al tepore dei suoi baci. Balz come un lupo ferito: Ah, fossi tu Pan, in persona, me la pagherai! Si lanci con un muggito; si precipit sul groviglio, lo infranse, incaten il biforme nelle braccia ciclopiche, lo urt, attenagliandolo contro il muro.
Rise ancora il nume prigioniero, ma la rada barbetta rosseggiavagli di grumi sanguigni. Rise, ancora, ma la breve bocca nella rada barbetta parve, dischiusa, tutta una ferita sanguinante: Ospite divino, tu m'hai ben ricambiato url inferocito il pastore ma ne avrai tal compenso da recarne il ricordo sino ai gradini del Saettatore!
Il Satiro non si ribellava. Ansava muto, serrato nella stretta potente; solo il suo viso sempre pi sbiancava, e la sua bocca sempre pi arrossava. Poscia fu avvinto da solidi ceppi alle mani e preso da pugni ferrei alle corna, trascinato all'ovile, sino all'anello ove il Pastore incatenava i montoni in foja separati dalle femmine desiderose. Ivi un nuovo ceppo ferm le corna al metallo, ed il dio, invano tornato all'adorazione del suo regno trascorso, rimase solo e contuso nel fetore della stalla.
Ora era la notte, e Cinzia sul suo carro d'argento, barbara e trionfale regina, percorreva le vie luminose del cielo; la notte siciliana magnifica quanto un torrido meriggio, era satura di profumi e di armonie. Da uno spiraglio della porta socchiusa, giungeva a tratti, sino alle narici del solitario, un buffo soave di aria fresca; certo il fanciullo leggero, Zefiro saltellante e misterioso, riconosceva, carezzandolo, il caprino volto del nume. Cos Egli sent presto il suo cuore immortale gonfio di nuova gioia serena, e la vita divina torn a pulsare nelle sue turgide vene. Che erano adunque questi fragili ceppi coi quali un pastore aveva creduto avvincerlo? "Or ecco i pastori si assimigliano agli dei! Ove son dunque i tempi in cui i pastori reggevano al morbido giogo i tigri mansueti del carro di Dioniso?" E siccome i polsi gli rimanevano inceppati, Egli diede una furiosa stratta alle corna. Sotto l'impeto inaudito, la forcuta calotta, di un tratto, si stacc, e penzol come un trofeo sanguinoso dall'anello di ferro. Ma sul fronte non parve alcuna piaga. L'epidermide bianca e senza rughe si distese sull'osso liscio ed incontuso. In tal modo il dio fu libero. Ben presto si disbrig dai legami dei polsi; e rise del suo pi gran riso sonoro. Poscia raccolse da un angolo un nero tizzone e sulla parete bianca, accanto al pendulo trofeo segn a grossi caratteri: "Ecco, Pan ti lascia questo".
Pi tardi, quando il Pastore ritorn all'ovile, irto di non so quali truci propositi, non vi trov che l'offerta, accompagnata dalle parole doviziose.
Ma al suo ben esperto orecchio, per la porta spalancata, giunse un soave melodiar di canne, lento, indefinito, sperduto, nell'alta notte divina.
...
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 PANCIA AL SOLE.
...
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Magnifico,  da noi, quaggi, starsene qualche volta con la pancia al sole e le mani sulla pancia. Specialmente quando il sole  tenero come una carezza di bimbo, come un fiato di convalescente: sole di febbraio che fa d'argento la cappa bianca di Mongibello e di smeraldo il turchino irrequeto dell'Ionio.
Magnifica cosa  non pensare nulla. Questa  proprio la migliore caratteristica della nostra razza. E non serve confonderla con l'ascesi buddistica o la indolenza araba.
Tutto quel che di buono si crogiuola nel nostro organismo, tutto quel che di sano si equilibra nel nostro sangue,  dovuto a quel sole che ti inturgida tutto, e ti annega in un bagno di dolce sanit trascendente.
Non pensare, ecco tutta la felicit del cuore umano. Non agire, cos solo si  certi di non fare il male. Meglio  stare sdraiati che seduti. Insegna l'arabo. E qualche altra cosa insegna. Ma a noi non importa.
Non importa. I popoli del settentrione ci gridano la croce addosso, per questa nostra indolente attitudine, di fronte alle necessit alacri della cos detta vita civile, per questa nostra inerte soavit di benessere che brama stendersi al sole, nelle tepide giornate di febbraio, e si sommerge in dolce annientamento nirvanico. E che?.... Non  dunque possibile vivere e morire in pace, cos, con la pancia al sole e le mani sulla pancia? Non seccare alcuno, e non essere seccati! Tutto al pi, ci secchiamo da noi, con la pancia al sole. Questa delizia, , anche, per noi, una suprema elevazione. Abbiamo raggiunto, noi soltanto, in terra, il nostro autentico paradiso. E vogliono trarci da tale sublimazione! E vogliono precipitarci nel loro vortice di tumultuoso avvenirismo, di febbrile, grigio e nebbioso agitarsi! No, che non ne vale la pena, proprio! C' tanto sole, qu!
E la vita  tanto breve!
...
Cos, stando in quella magnifica posizione, sulla spiaggia di Gennalena, nei pressi della citt tutta-mare che  Augusta, la mia disattenzione fu distratta da un parlottare vicino, oltre i cipressi, radi alberoni ed ombre di bandieracce raccolte, in quella tremenda plaga malarica. (Ma si sa che quando il sole risplende anche la malaria si rintana). Ero intento a ragionar meco di nulla. Il parlottare mi costrinse a tener desta l'attenzione. Ci avvenne con grande fatica. Si fu che, sollevandomi sul gomito destro, intravidi dall'altro lato del filare, sei piedi di donna, sotto polpacci vigorosi i quali dovevano appartenere almeno a tre individui di quella specie. Raro oggetto, la donna a Gennalena! Pi raro delle anforette siceliote tratto tratto emergenti sotto il colpo del calcagno e della zappa, dal terriccio preistorico della antichissima Megara Iblea! Rara, e perci, pi dolce cosa, una donna, nel deserto di Gennalena! Visione che  un oasi per i sensi esasperati, sorgente di frescure inaudite, sotto il sole cocente; perch, sotto il sole, soltanto un senso vigila, mentre tutti gli appetiti si assopiscono. Se il cranio pulsa, il cervello si svuota, le braccia piombano sulla terra pesanti come disarticolato metallo e le gambe si divaricano per evitar la fatica di tener prossimi i ginocchi.
Dopo qualche minuto, giunse, di corsa un soldato:
Signor tenente, c' gente che insiste per visitare la batteria....
Cacciateli!.... No, anzi aspetta.... Che gente ? Spie tedesche? Tratteneteli; or ora vengo.
Sono donne, Signor tenente.
Frmale, frmale;  pi interessante.
Erano donne, infatti; le tre donne delle quali conoscevo i piedi e i polpacci. Tre giovani: due contadinotte rigogliose, e una "signorina" rigogliosa anche lei. Si mosse subito, al mio apparire, con la mano tesa: Permette, tenente? La disturbiamo, senza dubbio. Ci perdoner; vogliamo fraternizzare coi soldati; siamo vicine....
Si accomodi: ottima cosa, sebben pericolosa,  fraternizzare; e gradita assai ci riesce; purch....
Ci fa vedere i suoi cannoni, tenente?
Signorina, lei fa strazio di tutto me stesso;  proibitissimo.
Via, faccia uno strappo....
Dove?....
Lo faccia per me....
E lo strappo fu fatto. Per lei.
Ella vide i cannoni. E, come per una regina, io ho ordinato per lei gli onori militari. Una piccola parata, nel deserto.
Sergente, diriga una galantissima "condotta di fuoco".
L'allarme venne dato, gli uomini corsero al posto di servizio. (Scostamento, inclinazione, apertura di culatta, pronti, fuoco!) Cos per finta, s'intende. Esercitazione senza fracasso. I soldati erano lieti e ammiccavano.
Sotto la spinta robusta data dall'inclinatore alla ruota del congegno, le bestie mostruose s'inalberarono: parvero delle colonne di bronzo tratte a perpendicolo da potenti argani misteriosi. E si fermarono, puntati verso l'azzurro, oscure e grossolane immagini color di terra espresse dalla terra in forma ambigua, contro l'impassibilit dello spazio. Stettero cos, fermi, rigidi, diritti; per capriccio del mio sergente.
La ragazza ne rise.
Io ne ho tratto gravissime considerazioni.
Sono rimasto muto ed inqueto per qualche tempo. Poi le dissi sottovoce:
Lo sa che sono lieto d'averla conosciuta?
Ha scoperto l'America!
No, che non ho scoperto nulla, ancora!
Insieme ci avviammo verso i casermaggi. Il mio alloggio era in quel tempo costituito di quattro assi di tavole mal connesse, reduci dal terremoto messinese, pel quale erano state dichiarate inservibili. Veterane del terremoto, portavano impresse i segni di quello e di altri disastri, dall'aria cascante e dalle slombate connessure, buone per il fuoco oramai, ed a tutto chiamate fuor che a offerir ricovero all'ufficiale senza tetto. Vi penetrava l'acqua, vi vorticava il vento. Di sera tendevo da quattro punte il mio telo da tenda ai quattro capi della branda che mi accoglieva, e l'acqua delle piogge notturne faceva pancia sulla mia pancia. Il vento, alla stessa ora, mi spegneva la candela. In questo albergo, breve e disinvolto, ho invitato la mia strana visitatrice.
Ne varc la soglia con audacia. Decisamente era una ragazza di fegato. Le donne che l'accompagnavano sostarono timidette. I penetrali di un guerriero sono sempre mai preoccupanti. La visione dell'alcova di Marte pu riuscir pericolosa. Il talamo diserto pu indurre in tentazione. Una purit personale pu essere profanata da un'impurit ambientale.
L non c'erano che due sedie, un tavolino, una branda, un attaccapanni, con la bandoliera pendente. Il destino delle bandoliere  quello di pendere, in ogni caso. Sul tavolo una fotografia: Donna Franca, giovanissima, ventenne: il collo e le spalle nude, e sei fili di perle intorno al collo. Una mia passione estetica sorpassata, qualche anno di aspirazione sensuale perduto. Donna Franca, la siciliana nivea, sottile, ambigua, come una vergine bizantina, che io avevo visto un giorno accanto alla regina d'Italia, e che avevo ammirato profondamente, con l'animo e col corpo, come la prima bellezza del mondo. La tenevo l, sul tavolo, questa nobilissima, a irradiare col suo perleo biancore la nudit delle quattro sporche pareti, e mi dilettavo qualche volta a numerare i rari bocciuoli dei suoi preziosi monili. Mi era compagna, questa nobilissima, il giorno e la notte, in tenebra e in luce, con una costanza ammirevole, senza protesti, senza rifiuti: il suo sorriso brillante tra le labbra stupende, sotto l'arco del naso puro e un poco imperioso, era tutto per me, in ogni ora della mia travagliata ed inutilissima esistenza. Perdonatemi donna Franca! O, pi tosto: io vi perdono donna Franca! Perch, in fondo, s'io v'ho incatenata qualche giorno nel mio "passepartout" guerresco, voi mi avete incatenato per parecchio tempo alla vostra fantastica visione, come un sognatore qualsiasi, un donchisciottesco cavaliere di mulini a vento. Io vi perdono, donna Franca, perch foste la pi bella donna della mia terra!
Scusi,  sua moglie, quella l?...
No, signorina,  una mia amica, una mia vecchia amica palermitana; soltanto.
Eh! amica, ha detto? Sar un'artista dunque? Gi l'acconciatura lo mostra...
Niente, l'acconciatura non mostra niente... Questa  la mia musa ispiratrice.  tempo, o signorina, ch'io mi presenti: sono un poeta...
L'avevo compreso, da quando... l'ho visto sdraiato al sole...
L'aveva compreso? Ah, povero me!
Dica, e com' che i poeti possono fare i guerrieri?
Necessit, signorina, necessit! D'altronde, la penna non  che un'arma leggerissima, ma spesso pi micidiale di qualsiasi altra.  risaputo. Io mi ci trovo bene. Se non fosse questa solitudine, questa gran solitudine, questa perenne solitudine!...
Immagino quali meravigliose poesie scriver!...
S'inganna. Non scrivo niente. Sto, pi spesso, con la pancia al sole, cos come m'ha visto
Non credo: lei scrive.
Stasera scriver, per lei, signorina.
Non credo: scriver per la sua bella palermitana.
No, ora ho conosciuto lei...
Me lo ha gi detto.
Glielo ripeto, e non mi stancherei mai di ripeterlo.
S'accomodi pure. Ma non scriva, per carit, che son bella. L'accuserebbero, per lo meno, di leggerezza. Ora me ne vado...
Cos presto? L'accompagno.
La strada si perdeva tra giardini folti di limoni e aranci lungo la via ferrata. Sotto l'ombra densa delle piante rigogliose il terreno si rabescava di luci assai di rado, ma s'infossava in viottoli, in urne d'acqua, in fossatelli, nei quali era facile incespicare o scivolare. E spesso incespicammo o scivolammo. Lei si aggrapp, spesso, al mio braccio, ridendo.
La mia villa  a qualche chilometro, laggi. In quel pianoro sottomesso. La casa rossa, vede? S'incomincia a scorgere. Mio padre sta facendo gli scavi. Si disotterra un tempio di una dea dal nome difficile, dietro la casa.  venuto per dirigere i lavori il conservatore dei musei di Siracusa. Pare si tratti di antichit importantissime. Io stesso ho rinvenuto, per caso, qualche tempo fa, una bella moneta, grande cos, con una spiga di frumento da un lato e un animale, un bue, sembra, dall'altro;  d'oro... Eccola, l'ho, qu, se vuole osservarla...
Stupenda! Forse  moneta siracusana... sono un pessimo numismatico, ad ogni modo non temo di ingannarmi affermando ch'essa  veramente preziosa. Questa scritta che s'intravede in giro  quasi greca, ma poich il greco non  mai stato il mio forte, non tentiamo nemmeno interpretarla. Senza dubbio nemmeno a lei ci importa.
Tenente, poich le piace, posso permettermi di offrirgliela? In ricordo della bella ora insieme trascorsa, per le seccature che le ho date, per le chiacchere che le ho dette, per la bont con cui mi ha accolto.  un gingillo che lei pu serbare nel taschino del panciotto, e potrebbe recarle buona fortuna. Non si sa mai! La guerra  lunga. Lei, certo, presto si dimenticher di me. E perch, d'altronde, dovrebbe pensarmi? N, a me, forse, sar pi possibile tornare a trovarla. Non rifiuti, la prego: resterei molto dolente.  un ricordo dell'imprudente,  un pegno della provocatrice. In fondo, i suoi cannoni m'importavano e m'importano poco: era con lei ch'io volevo discorrere; e il mio capriccio  ora soddisfatto. Non mi chieda di pi, per. Non posso darle altro che queste parole e la medaglia che mi  cara. Addio!
Scomparve, d'improvviso, correndo, alla svolta del sentiero, sotto una siepe alta, ed io rimasi fermo, con quel pezzo di sole sulla palma della mano aperta.
...
Ma torn, un'altra volta, un'altra volta sola. Dire che non l'attendevo sarebbe una sciocca menzogna. Anzi, la pensavo in tutte le ore. Spesso tornavo a crogiuolarmi nel luogo della prima sorpresa, con la speranza d'esser tratto dal mio assopimento nirvanico, per virt del solito parlottare dietro il fusto gigante dei cipressi. Anche la notte, a un improvviso picchiare del vento sullo sgangherato finestrino, balzavo, intento, dalla branda, in attesa di una magica, incredibile parola d'invito. Pi spesso, ritto sul muricciuolo diruto che cingeva la capanna, fissavo il mare con un'intensit quasi ipnotica, senza scopo, senza pensiero, cos come fissavo il cielo nei miei beati abbandoni saracineschi. Qualche altra volta rimanevo in contemplazione di quel disco d'oro che non avevo saputo rifiutare; interrogavo la scrittura ellenizzante, senza, peraltro, riuscire a comprenderne gran cosa, e se non fosse stato per la presenza di questo oggetto raro e prezioso, avrei anche terminato col convincermi che il passaggio di quella ragazza, nel meriggio del febbraio pi tenero, accanto me, sul sentiero della vita, era soltanto frutto della mia fantasia un po' troppo esacerbata dalla immutabile solitudine.
Il ritratto di donna Franca, vergine e martire bizantino-panormita, era stato relegato in fondo alla cassetta d'ordinanza. Non so perch, ma sapevo che, se fosse tornata, ella ne avrebbe avuto piacere.
Spesso, m'ero pure recato, inutilmente, nei dintorni della casa rossa. Gli scavi progredivano, il tempio della dea ignota veniva alla luce, ma il mio amore rimaneva in ombra: la Visitatrice era scomparsa. Scomparsa cos d'improvviso, com'era venuta, loquace, agile e quasi fantasmagorica. Sorta dall'ombra di un cipresso, scomparsa nel mistero di una siepe: questo il suo rapido passaggio, che aveva lasciato un acre profumo di vitalit e di sensualit nella mia solitudine d'anacoreta.
...
Quando mi riapparve davanti, non l'aspettavo pi. Venne sola. Mi disse:
Mi ha pensato, mi ha cercato, lo so. Anch'io l'ho pensato. Ora vengo per l'ultima volta; non dobbiamo, non possiamo, pi rivederci. Le cose si complicherebbero assai, senza scopo. Lei potrebbe, inoltre, giudicarmi male; ed io voglio che il mio ricordo le riesca gradito come un abbandono. In questo tempo sono stata a Siracusa, dal babbo. C'era pure la zia (io non ho madre) e il mio fidanzato...
Ah!...
Gi, il mio fidanzato. Ma non l'amo. Ho cercato pure di romperla definitivamente. Non sono riuscita, per questa volta. Anche lui  militare, ora in licenza. La zia non mi vuol bene; mio padre ha troppi affari. Sono sola, sono sola, mio Dio! Che m'importa l'essere ricca? Sono sola!
E d'un tratto, si copr il volto con le due mani, e cominci a singhiozzare.
Fa sempre male veder piangere le donne, specie, quando sono belle e innamorate. Cercai di allontanarle le mani dal volto, e, commosso, alla vista dei suoi occhioni pesti e lacrimosi, delle sue labbra rosee e tumide, mi diedi a baciarla con furia pazza.
Ella non oppose resistenza, e quando un bacio le casc sulla bocca, lo restitu forte, con un lungo sospiro. Bisognava dire qualche cosa. E cessai di baciarla. La trassi a un rialzo del terreno; sedemmo vicini e le sussurrai nell'orecchio:
Calmati, non piangere. Non posso vederti piangere. Farei una pazzia. Se mi vuoi, se ti piaccio, ti prender io, andremo insieme, lontano, ci sposeremo. Uccider quel babbeo del tuo fidanzato. Far tutto quel che vuoi, ma non piangere. Ti guasti il visino bello.... il visino che mi piace tanto, che bacerei sempre, sempre, tutta la vita.... Credimi, ti voglio bene assai, assai, far tutto, per te. Ho compreso fin dal primo momento, ho compreso quando tacevi, ho compreso quando parlavi. Ho buttato via il ritratto di donna Franca, per farti piacere. Ti ho pensata sempre, ti ho cercata alla casa rossa. Ti ho aspettato di giorno e di notte; ho perduto il sonno, ho perduto la pace; mi ha sorpreso il ribrezzo come se avessi la terzana; ho maltrattato i soldati che mi sono devoti, ho disobbedito i superiori che mi hanno punito. Durante la tua lunga lontananza ho avuto te presente, sempre, perch tu sei entrata nella mia vita come una cosa indispensabile, non saprei pi vivere senza di te....
Con un balzo improvviso, mi butt le braccia al collo, mi tenne fermo senza allentare, premendo la sua guancia infocata sulla mia. Cara!
Poi, cess di singhiozzare, sciolse l'abbraccio, scosse i riccioli castani, compose le labbra a un sorriso fresco, mi fiss negli occhi, e torn a baciarmi, tempestosamente, su tutto il viso.
...
Non l'ho mai pi incontrata. Ho dimenticato il suo nome, il suo volto, il suo profumo. Da principio fu tale il dolore del suo distacco che ho pensato di farmi legare sulla bocca di un cannone, come un qualsiasi pirata barbaresco. Poi sono tornato alle mie placide contemplazioni di marine e di cieli, la pancia al sole, e le mani sulla pancia. Contemplazioni che un giorno ho pure interrotto per un paio d'ore, il tempo necessario a fissare la breve avventura sulla carta, a scrivere insomma, questa curiosa e poco tragica storia, che, naturalmente, non piacer. L'episodio  assai leggero e romantico, e di esso non rimane nulla nel mio cervello e nel mio cuore.
Non rimane nulla nemmeno nel taschino del mio panciotto, perch anche il luminoso e affettuoso ricordo  scomparso. Durante e dopo la guerra, l'oro antico ha raggiunto un cambio prodigioso. Io ho venduto la mia bella moneta siracusana, che recava da un lato una spiga di grano e dall'altro una testa di bue, ornata d'una strana scritta ellenizzante che, peraltro, non ho mai avuto la possibilit di decifrare.
...
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 IO E IL KRONPRINZ.
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Qualche volta mi accadeva di seguire o di accompagnare quell'uomo dal muso di faina e dalle gambe di trampoliere. Accadeva cos, in sulle prime per moto incoscio, svoltando improvvisa la sua larga figura dalla cantonata della Torre dell'Orologio, per emergere, in pieno sole, nella piazza aperta di Santo Agostino. (Angolo di Paradiso! Da quella balaustra di ferro, da quel poggiuolo fiorito, si vede tanto mare, si respira tanto profumo, che pare non debba esser d'altro materiato l'universo!) E quell'uomo rideva spesso, storcendo il labbro glabro sotto il grande naso arcuato, fra i due occhietti furbi ed irrequieti. Mi piaceva sostare accanto a questo tedesco meno massiccio, dalla calotta cranica meno tonda e dai piedi meno piatti.
Il Kronprinz spesso andava solo, o accompagnato da un'esile dama giovanissima, vestita d'ombre di veli, una dama che non era sua moglie. Le donne della casa imperiale di Germania, mogli od amanti, furono creature destinate al sacrificio.
Io l'ho incontrato la prima volta durante l'inverno del 1929, a Taormina, dov'egli trascorreva le sue lunghe giornate di diporto; leggero, sulle antenne quasi metalliche delle gambe diritte, attraverso le vie dell'antica citt, o fermo, sui culmini panoramici, sospeso sugli abissi cerulei crepuscolari. Nessun grave fardello gli affondava il piede, appena cinquantenne, nell'umano limo mortale, nessuna nube sentimentale gli offuscava l'animo irridente: dov'era ormai l'Ussero della Morte e il Comandante del gruppo di eserciti di Metz?
(Kaiser!... Odo il tremendo urlo degli scaglioni avanzanti in lunghe file compatte sotto la raffica spaventosa delle mitragliatrici e degli obici... Kaiser!... Le mani strette alle mani, nell'avanzata senza sosta: i vivi reggono i cadaveri pencolanti... Kaiser!... Ypres... Chemin des Dames... Kaiser!...)
Non tutti i tedeschi che incontravano qui l'ex erede del trono di Germania, solevano togliersi il cappello. Qualcuno riusciva anche a non guardare o a guardare sottecchi; qualche altro aspettava che si distanziasse quattro passi per voltarsi a riguardarlo; qualche altro si soffermava fissandolo alle spalle, mentr'egli si allontanava col suo passo svelto da collegiale in vacanza; qualche altro finalmente lo aspettava sul cammino per vederlo passare.
Soltanto i cittadini di Taormina s'infischiano dei re in vacanza. Soltanto i cittadini di Taormina non si preoccupano se, tra i tanti viandanti della vita, entro la cerchia secolare della propria citt, sosti un qualsiasi Messia, o una qualsiasi testa coronata. Che importa? Dicono che questo popolo sia imbastardito per la consuetudine di trattare con gente di razza e civilt diverse, per la consuetudine di vedere cose belle e uomini grandi; ed invece io penso che esso sia riuscito a crearsi un magnifico modo di vivere, ad elevarsi in una sfera d'impareggiabile stoicismo, per cui la sua correttezza compiacente, la sua gentile ospitalit si svolgono in una atmosfera di perfetta indifferenza.
Una volta vidi il Kronprinz imbattersi in un suo intimo compagno d'arme, in uno dei suoi ufficiali d'ordinanza durante le giornate pi sanguinose della guerra. Parve un incontro di due elettricit; il rigido prussiano s'impal nel pi metallico attenti che soldato di Federico Guglielmo abbia mai tramandato. Il Kronprinz gli tese la mano. Fu dopo qualche istante d'incertezza, che l'altro ricambi l'impulso. Le due mani rimasero strette, i due volti si avvicinarono, naso contro naso, occhi negli occhi. Stettero cos, come due avversari prima di lanciarsi. Poi, d'improvviso, furono due risate, rotte da ah gorgoglianti. Ma quel che il figlio dell'Imperatore chiese all'Ufficiale d'ordinanza, non fu udito da alcuno, e quello che l'Ufficiale d'ordinanza rispose al figlio dell'Imperatore, non fu udito da alcuno.
Colui che assisteva al colloquio non intese, ma comprese. E pass, con l'animo serrato da una grande tristezza.
...
Abbiamo assistito, insieme, a una partita di boxe, tenuta ai Giardini Pubblici, tra giovanotti provinciali. Niente d'interessante. Era una partitella di prova, alla buona, tra conoscenti senza ambizioni; ma i pugni fioccavano, senza regola,  vero, fioccavano come un castigo di Dio. Senza misura, dove cadeva meglio: risate dalla pi gran parte del pubblico, raccapriccio dei bambini, disattenzione da parte degli uomini d'affari che discorrevano volentieri della prossima campagna agrumaria... Fra tutti era il mancato Imperatore a interessarsi dell'avvenimento. L'attenzione del tedesco non si distolse un momento dal ring ridicolo. In quel breve cerchio di attivit sportiva, dilettantistica, anzi, paesana, per quelle percosse senza scopo tra confinanti di parrocchia, in quell'occasione, insomma, l'erede del trono di Germania, mi parve, addirittura, senza dignit. Noi lo avevamo invitato a intervenire, sicuri che non accettasse; partecip, invece, allo spettacolo, sino alla fine. Dico partecip, in quanto nessuno pi di lui, parve quasi intromettersi, non da spettatore, ma da attore nella commedia balorda giocata sul tavolato: il suo collo lungo sembrava, a tratti, diventare elastico sulle spalle ossute, si protendeva verso i combattenti, si contraeva, come il collo di una tartaruga; i suoi occhi scintillavano nelle palpebre semichiuse; le sue mani battevano, non per applauso, ma come per tic nervoso; finch una volta, sorse, diritto, a dominare il palco di tutta la persona, quasi che in quel punto si dovessero decidere le sorti della sua casa imperiale. (E allora un nome tragico mi si affacci al ricordo: Verdun...). Quando, dopo qualche round pi focoso, uno dei pugilisti cadeva gi per non riprendersi subito, o quando, in una ripresa fuori regola e fuori educazione, un ragazzone investiva l'altro, attaccandolo coi graffi e coi morsi, prima che l'arbitro potesse compiere il proprio dovere, in quel caso la gioia del Kronprinz diventava fragorosa, e il suo plauso congestionante... Proprio come un trentennio prima, su questo suolo, quando il Comandante del Gruppo di eserciti di Metz, allora ragazzo, buttava le manate di soldi ai piccoli straccionelli del paese, per il diletto di vederli litigare e percuotere.
Perch qui stesso, con la sua lunga scorta di servitorame, e la sua figliolanza, veniva l'Imperatore parecchi anni fa, e soggiornava nella vecchia ala dello Albergo Timeo, dove ora alloggia il pi modesto globe-trotter bavarese. Veniva a respirare le profumate aure del classico Ionio, e a studiare la linea costiera della nostra Sicilia. D'altronde, a sentirlo, egli rimaneva di diritto l'erede di questo dominio mediterraneo, tramandatogli per secolare, e non riconosciuta, discendenza del grande avo Svevo che fu capostipite e gloria di Re di Sicilia. Chi sa s'egli fu mai adeguatamente capace di evocare la magnanima ombra della Grande Ava normanna, cui fanno seguito le avventurose e dolorose figure di Federico, Enzo e Manfredi, e s'egli non vagheggi di rinnovare il fasto della Corte siciliana ducentesca, dove affluivano i guerrieri e i poeti di tutto il mondo! Perch Guglielmo credette, sopratutto, di essere poeta e guerriero.
Perch il Sogno di Guglielmo fu cos smisurato, che la sua piccola figura moderna, collocata nel centro di un s gran mondo illusorio, parve, addirittura, ridicola. Perci il suo crollo fu tanto clamoroso e tanto completo. Quando crolla un uomo, non s'avverte, quando crolla un re la cosa  degna di nota, ma quando vien gi proprio un semidio di quella statura, la storia protende, e se ne impossessa, il pi terribile dei suoi tentacoli: l'Ironia.
In questo stesso posto, l'ho incontrato, l'ultima volta, l'Imperatore senza impero, reduce da un viaggio di diporto in terra di Spagna. Chiuso nel suo borghese abituccio nero, il morbido cappello di feltro con la falda abbassata, la mano sinistra inguantata penzolante sul fianco. In quel momento, qualcuno lo avvertiva, sollecitando, che l'ora della partenza era giunta, e il piroscafo aveva gi compiute le manovre di disormeggio. Infatti l'yacht bianco fischiava a richiamo dalla sottostante rada di Giardini. L'Imperatore parve disinteressarsene, poi rispose in tono secco: Bene, il piroscafo attender.
Il crollo era avvenuto, la Storia aveva gi proteso il suo pi tremendo tentacolo l'Ironia, e s'era impadronita del fantoccio imperiale, ma l'uomo rimaneva lo stesso.
...
Ma la pi triste immagine, sorse innanzi al mio spirito, il giorno in cui vidi di Kronprinz, fisso, a contemplare il mare. Quel giorno, evidentemente, la terra gli era lontana. Sulla terra, non rimaneva forse di lui che la umana spoglia caduca. Fissava il mare glauco, che era senza tremiti, quasi compatto: quel mare classico che rinnova il respiro dell'Ellade alle soglie dell'Antica Colonia dorica. Sulla spiaggia giacciono le rovine della grande Naxos, distrutta da Siracusa, e le aure sembrano recare a volte echi di canzoni pindariche o teocritee... Quanta distanza da Berlino, Potsdam e la Foresta Nera! E una folla di persone note popola, d'improvviso, questa spianata come fosse una piazza d'armi di Potsdam: Von Kluck, von Bernhardi, von Hindenburg, Krupp, il conte Zeppelin. Oh, gli innocenti giuochi della Reggia germanica! Il dirigibile mascotte, la piccola Bertha in miniatura, il sottomarino lillipuziano... Von Tirpitz! D'improvviso, tutto il mare diventa insanguinato. Poi sull'onda affiora qualche ingombro. Un volto bianco guarda verso il cielo, e qualche cosa si muove sul cadavere di una donna che affiora.  una bimbetta che si divincola: una cosa viva, offerta al cielo, dalla cosa morta. Lusitania!
Chi rievocher senza brividi la tua grande tragedia?
Non si comprende se il ricordo lo faccia godere o lo strazi.
Egli  immobile tuttavia, nello stesso posto, quando un'altra bimbetta, che non ha ancora quattro anni, gli si avvicina, vacillando sulle gambette incerte. (Dunque i morti rivivono tutti?) Essa gli  prossima, con le braccine tese, gli sfiora i ginocchi, gli sorride, con quel sorriso dei puri che sembrano mondare da ogni peccato i maledetti che ne sono illuminati. Egli prima non se ne accorge, poi balza in piedi, con gli occhi fisi, quasi preda ad un terrore superstizioso. Ora la bimbetta ha paura, non sa fuggire, ma piange. Il Kronprinz torna a sedere, trae a s la piccola, le sfiora i capelli, poi le riunisce le due manine e le colma di monete d'argento Prendi, prendi... Ma la bimba non sa cosa siano, schiude le palme e lascia cadere il gruzzoletto, che si sparpaglia tintinnante sulle lastre di cemento della piazzetta. Solo allora la bambina ride, della sua risata pi piena, e torna a guardare in faccia lo straniero lungo che le aveva fatto paura.
...
Il Kronprinz part dopo circa due mesi di permanenza a Taormina, perch richiamato da suoi affari in Germania. Mi disse: Non so quello che mi si combina lass... Lascio con dolore questa bella terra d'amore.
A un mio cenno d'interrogazione, rispose tentennando la testa aureolata dalla nuda chioma grigiastra.
"Auf Wiedersehen!"
...
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...
 I DUE LADRI.
...
.
...
Sono convinto che il mestiere del ladro sia un pericoloso ed ammirevole mestiere.
Per esercitarlo bene occorrono eccellenti doti fisiche ed intellettive. Agilit, sopratutto. Parlo, s'intende, del ladro che si mostra, che rischia, che toglie la cosa altrui con violenza. Tutto il profondo fascino di quest'arte eccezionale intendeva Villon, uno dei pi interessanti poeti di Francia. Non ammetto, dunque, la truffa commerciale, la losca speculazione del mercatore a danno del prossimo; odio il pescecane arricchito, mi ripugna il giocatore di borsa. Il topo d'albergo  pi interessante. Vedetelo, vestito di feltro nero, ombra nell'ombra, senza respiro, in un angolo della camera, appiattato, pronto a scivolare, fantasmagorico, a impadronirsi del forziere, a predare il portafoglio, a togliere l'erede dalla culla, a riempire il mistero della notte del proprio pi impenetrabile mistero. Il ladro che aggredisce in casa, col pugnale tra i denti, , poi, quasi, veramente eroico. Perch il furto, considerato dai suoi riguardi di carattere sociale, pu assumere un vero e proprio significato di giustizia distributiva.  una specie di tentativo di equiparazione economica estralegale,  un fenomeno storicamente ammissibile, che dalle sue esplicazioni di carattere prettamente individualistico, pu risalire a legge di valutazioni morali. Per questo, Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo, creazione di Maurizio Leblanc, ci riesce simpaticissimo. Lupin, ardito, generoso, equanime, non ruba tanto per s quanto per attuare nella societ moderna un esatto criterio di giustizia distributiva economica. Cerca smussare le ineguaglianze. Si riserba, poi, di profondere i tesori rubati col rischio della propria vita e della propria libert, in difesa della innocenza, della virt, della patria. Lupin  un individualista che lavora per gli altri. Intende il dovere civico a modo suo,  un ladro che ha una missione altamente morale. Le sue mani, lorde di tutti i furti, sono degne di stringere le mani dei re pi salomonici. Perch  gi una bella cosa predicare dai pulpiti: non togliere agli altri quello che non ti appartiene! Ma se quello stesso non appartiene nemmeno agli "altri"? E se c' qualcuno che ne abbia maggior bisogno? Allora interviene Lupin: toglie e distribuisce. Ruba per donare. Rapisce il superfluo di uno per rifornire un altro del necessario. Chi potr mai disapprovarlo? Ecco come questo ladro si purifica, si eleva, si nobilita, quasi. Ripeto, io non mi riferisco al ladro volgare: escludo dalla mia ammirazione lo sbruffatore professionale, colui che strappa i soldi dalla mano del fanciullo che si reca a comprare la ciambella, o l'assassino che strangola la vecchia nella stamberga solitaria per toglierle il risparmio annodato all'angolo del fazzoletto, o custodito nel ventre del pagliericcio. Tutto ci fa schifo. Ma il ladro alla Lupin, se esistesse, sarebbe un mio amico, degno di ogni ammirazione.
Questi princip, esposti con disinvoltura dal conte Fritz Hight, non trovarono eco nella breve e raccolta compagnia. Otto Manheim credette soltanto commentare con un sorriso, e la bellissima Gaby, compagna del conte, non seppe che sgranare i suoi occhi bluastri, quasi spaventati, in faccia all'interlocutore. Poi successe il silenzio. Nel silenzio giunse il tonfo del mare contro le rocce della scogliera, sulla quale, quasi a picco, si ergeva la villa.
Villa Hight era assai solitaria. Ideata dal capriccio del suo elegante proprietario, messo d'accordo col capriccio esecutore di uno stravagante architetto, strana anche nella sua linea senza stile, ma di un'audacia insolente, essa sorgeva sopra un promontorio roccioso sul mare, e dalla terra si incoronava di folto verde. Era il rifugio dello "snob" stanco delle formalit della vita mondana, era il cenobio del pensatore, l'"hortus conclusus" nel quale Federico Hight, nobile e poeta, aveva creato il suo selvaggio paradiso, per ritemprarsi, in conspetto della natura aspra e rude, delle mollezze cittadine. Non un casolare all'intorno. Di notte si udiva il tonfo del mare e lo stormire profondo della pineta. Magnifico rispondersi di profondit naturali. Scintillo di costellazioni sulle ampie terrazze merlate, dai fronzuti ed odorosi pergolati di glicine. Ivi il conte traeva il suo lungo diporto autunnale in compagnia di pochi servi e della diletta, bellissima Gaby.
Un poco sognatore, un poco scettico: curioso tipo contradittorio, il conte Hight! Fuggiva le donne, in genere, ma teneva un'amica giovanissima che copriva di gemme, di ori, di pellicce rare; un'amica, che, a ragione, gli era contesa ed invidiata. Cos il cuore di quest'uomo nutriva molti disdegni ed una sola adorazione.
Gaby, naturalmente, lo tradiva. Lo tradiva perch si sentiva adorata. La donna pretende prodigalit, sogni, adorazioni, ma li pretende per metterseli sotto i i piedi. E i piedini di Gaby erano tanto dispotici!
Gaby, naturalmente, lo tradiva: e lo tradiva (un altro "naturalmente"?) con l'amico, l'ospite della Villa Silenziosa.
Erasi accorto del tradimento, il conte Fritz? Non era cieco, e anche i ciechi hanno cento occhi per la gelosia. Ma era un uomo superiore, e quindi un uomo che sa fingere. La finzione  arte d'intelligenza. "Io far una finzione che significher cose grandi" soleva dire Leonardo da Vinci.
Oppure attendeva l'occasione, cos come insegna Poe: "se tu vuoi vendicarti non devi comprometterti". Attendeva, forse, l'occasione: rompere la situazione con eleganza, disvelarsi con dignit, vincere e padroneggiare da signore.
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Quella sera la conversazione volgeva dunque su argomenti paurosi. Era stato aggredito un fattorino, mentre, in bicicletta, recava la posta alla Villa. Dell'accaduto era gi avvertita l'autorit giudiziaria. Si attendeva il sopraluogo del giudice d'istruzione.
Alla villa, dove il fattorino ferito era stato subito trasportato, s'intrecciarono, per tutta la giornata, ipotesi e commenti.
La mezzanotte era prossima. L'ora dei ladri. Il conte tesseva audaci paradossi, straordinarie teorie, infischiandosi certo dell'accaduto, e per niente preoccupato dell'ardita e vicina aggressione, quasi si ritenesse invulnerabile nella sua villa solitaria e remota.
Eppure correva voce che i briganti, degli autentici briganti, armati e reggimentati, battessero, devastando, il territorio. Anche qualche lettera minatoria era giunta.
Perch, dunque, egli era cos indifferente? Affettazione, disgusto, stanchezza della vita? Smania di sensazioni nuove e violente? Personale convinzione di poter fronteggiare, da solo, qualsiasi situazione, e poter profondere, senza conseguenze, oro e colpi di pistola?
Forse, invero, la morte gli sorrideva: certo lo allettava l'idea di una lotta.
Voi sembrate molto spiccio, Fritz, o almeno molto generoso per quegli abominevoli delinquenti, obbiett finalmente Otto. Son sicuro per che le vostre dottrine sono, prima di tutti per voi, impraticabili. Vorrei vedere se, di fronte ad un ladro di cose vostre voi manteneste la stessa serenit.
Senza dubbio, tranne che....
S'interruppe. Nel silenzio giunse il tonfo del mare.
Tranne che la cosa mia non fosse tale da non poter essere sostituita. E per me, non c' che una cosa sola al mondo ch'io non possa sostituire.
Otto comprese, e, per la prima volta, rabbrivid. Ora Gaby giocherellava, intenta, col suo ventaglio di piume.
Vorrei vedervi, soggiunse Otto dopo una pausa, vorrei vedervi di fronte all'esperienza. Supponete, per esempio, che in questo stesso momento, un gran colpo vi avvertisse che nella vostra serra....
Non pot finire. Si ud, infatti, subito, un gran colpo, e un immediato fracasso di vetri in frantumi.
Un avvertimento? Una strana coincidenza? Si guardarono in volto, costernati. La donna ebbe un piccolo grido d'angoscia e divenne cerea. Otto si drizz confuso, e Fritz tese l'orecchio.
Silenzio. Se un ladro v'era, esso doveva essere ben impreviggente o malcauto o audace fino alla pazzia. Chi vuol rubare non si fa precedere da un crollo o da un fracasso. Pure...
Pure, un leggiero scalpiccio turb il silenzio di attesa, un passo furtivo, incerto, un frusciare di mani sulle pareti e sui mobili, piccoli rumori soffocati, percepibili soltanto dall'eccitato senso uditivo dei tre in attesa. Ah!
Fritz non perdette altro tempo.
Balz, dal salotto di conversazione, nella serra attigua, nella quale, attraverso il lucernario del soffitto, e le pareti vetrate, penetrava il chiarore lunare. Scorse un'ombra appiattata dietro una grande pianta di ortensia. S'avanz cauto.
L'ombra si strinse vieppi su se stessa, si raggomitol quasi, per prepararsi a un balzo. Infatti, quando il conte fu vicino, il ladro scatt. I due si ghermirono. Rotolarono per terra, tra le grandi graste di piante rare. Qualcuna si rovesci. Nel silenzio, nell'ombra incerta, dai due corpi avvinchiati, annodati, s'alzava un soffio forte, breve, quasi rantolante. Il conte e il ladro lottavano, per soverchiarsi, per ridurre all'impotenza ciascuno il proprio avversario, senza piet, l'uno per trattenere, l'altro per sfuggire. I due corpi lunghi e ballonzolanti sul suolo parvero un'unica forma belluina e oscena, animata di odio nella luce scialba.
D'un tratto la serra venne pienamente illuminata. Sulla soglia apparvero i due amanti. Si tenevano stretti, dubbiosi, forse paurosi. Udivano il rantolo, distinguevano i corpi in lotta, ma non chiamavano i servi, non intervenivano, anzi nella loro trepidazione pareva anche tremare una speranza... Disse, infatti, la donna, sottovoce:
Credi che l'uccider?
La domanda era ambigua, ma l'uomo che comprese, non rispose.
D'improvviso il gruppo dei lottatori si sciolse, e i due si drizzarono, contemporaneamente, coi pugni stretti, i petti gonfi, ansimanti; stettero un istante di fronte a guardarsi, a irrigidirsi, poi, nello stesso tempo, dettero un balzo indietro.
Nelle mani del ladro brill una lama.
Il conte, con gesto veloce, trasse di tasca un revolver e punt.
Il ladro strisci lungo la parete, verso la porta, verso i due, immobili. Cercava guadagnare l'uscita, voleva trarre il tiratore in inganno? Strisci visibile e inafferrabile, ombra nella realt, sulla luce piena della parete liscia. Era un giovane ventenne, dal torace colmo come l'uomo di quaranta col quale aveva combattuto. I suoi capelli scomposti gli cadevano in unico ciuffo sugli occhi neri, splendenti nelle occhiaie profonde. Strisciando, fissava l'avversario, e nei suoi occhi era pi odio che timore.
Il conte era un ottimo tiratore. Egli non lo perdeva di mira. Gli disse: "Fermati!" E l'altro continu a strisciare, e a mordersi il labbro inferiore.
A un tratto il dito poggiato sul grilletto della pistola ebbe una contrazione. Il colpo part. Due urli risuonarono nello stesso tempo. Otto Mannheim era stato colpito in mezzo alla fronte. La donna si abbatt sul corpo dell'amico sanguinante.
Nell'attimo tragico, il fumo dell'arma annebbi l'ambiente; il ladro colse l'occasione per lanciarsi fuori e scomparire.
Rimasero, soli, nella solitudine sopravvenuta, il conte uccisore e la magnifica Gaby dolorante.
Fritz butt sul divano di vimini la sua arma, e si avanz lentamente. Guard l'uomo disteso, gi immoto. Guard la donna impietrita. Poi disse
 stata la fatalit. Cos doveva essere. Prendi cura tu di questo cadavere.
Si allontan verso la grande terrazza illuminata dalla luna. Accese una sigaretta. Usc all'aria aperta. Ora era sereno, per quanto tuttavia un poco ansimante. Ascolt la voce eterna dei flutti e si sent carezzare il volto ardente dal fresco vento marino. E sospir profondamente, senza curarsi del ladro fuggitivo.
Poi, lanciando la sigaretta oltre la balaustra di marmo, segu con l'occhio la piccola parabola luminosa, mormorando:
In fondo, quell'altro, non intendeva togliermi che qualche centinaio di lire!
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 COLPO DI DADI.
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Aveva un nome paurosamente epidemico, un nome che pareva uno scoppio di tosse: Vania Jablochkff. Il suo passato era quello che era. N noi lo abbiamo mai saputo. D'altronde ci non importa.
Quando giunse a Taormina, trascinava al suo lato un uomo ancora giovane, quasi semispento. Una lucerna senz'olio, friggitante, un ammalato di petto.
Dove mi porti?. Questo  il Paradiso, dicono. Ma dicono pure che per vedere il Paradiso occorre morire.
Erano scorse due lunghe settimane, nel viaggio, su tante strade d'Europa: da Kiev a Varsavia, attraverso le steppe di Podolia e di Ucraina, sino a Vienna; poi Berna, e Roma, e finalmente, il sole di Taormina.
La loro stanza d'albergo odorava di infermeria.
Dopo li accolse una villetta con un piccolo giardino. Le rose sbocciavano.
Sbocciano da per tutto le rose, a Taormina, e d'ogni tempo. Nei vasi delle piccole finestre, nelle aiuolette che coronano i muri antichi, nelle fessure dei vecchi colonnati, tra pietra e pietra: un miracolo!
E lui parve rivivere. E beveva l'azzurro, coi grami polmoni, come si beve una medicina balsamica. Le mani gli tremavano nell'empito dei grandi sorsi, e le pupille gli si annegavano in un languore soddisfatto. Mai, mai gli era sembrata cos buona la vita. Ma, ogni tanto, la tosse lo scuoteva e lo portava, inesorabile, alla dolorosa realt. In quel momento, egli sentiva il bisogno di stringere la mano della consorte. Fragile mano, ma piena di dolcezza, al suo contatto. Non erano forse, entrambi, i rottami del gran naufragio? E non sentiva l'uomo, che, sprofondando gi gi nel buio sempre pi fondo, e aggrappandosi all'altra, doveva trarre anche questa nel baratro? Certo, egli capiva il sacrificio, e, per amore, non lo rifiutava. Anzi, la speranza della morte in due pareva sorridergli.
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Peraltro, talvolta, la notte, ella lo sentiva mormorare:
Lasciami morire solo!
Questo non era possibile, ormai. Vania tossiva, qualche volta, al suo fianco.
E Gorko non poteva ingannarsi.
Lasciami morire solo! Ma, in realt, non voleva morire solo. Voleva morire con lei, perch con lei, e per lei, era vissuto. La sua vita era stata un circolo breve: all'inizio un sogno d'arte, e alla fine un sogno di morte. Arte e morte: cose vicine e lontane (o non forse le stesse cose?): i suoi colori, la sua tavolozza, e la sua Vania, ecco tutto.
Quand'egli si sentiva un po' meglio, parlavano sottovoce, come se avessero timore d'essere uditi. La guardava con occhi pieni, quasi lacrimosi. E le sfiorava fuggevolmente con lo sguardo la linea seminuda e gentile del seno, quasi avesse paura d'essere preso d'un pensiero non puro.
Tu riprenderai tra poco i tuoi pennelli, e mi farai questo mare, Gorko...
Ti far il mare, Vania, il mare che non ho mai fatto. A Wilna, ricordi, sulla frontiera della Lituania, spesso ho pensato al mare: e l'ho dipinto come l'ho pensato. Ma non era questo mare. Questo  un'altra cosa.  come il fiume dell'eterno paradiso, Vania.
Anche Vania cominciava a sentire la dolcezza della nuova vita. Il sole di Sicilia si fermava sulle sue guance lasciandovi baci rosati. I capelli bruni e ricciuti, scossi alla brezza, s'aprivano sul fronte marmoreo come una corona di serpentelli lucidi.
E la Sicilia parve loro pi bella di come l'avevano sognata rileggendo il testo svedese del romanzo di Selma Lagerloff.
E sentirono, come nel romanzo, che il piccolo Cristo onnipotente avrebbe, anche per loro, operato il miracolo.
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Tra questi due, sognanti e disfatti, s'insinu una poderosa catapulta: Pasquale Bonanno: Bicipite possente, collo largo, torso magnifico.
In sulle prime, Vania lo guard quasi spaventata. Nemmeno tra i cosacchi del Don aveva notato uomini pi esuberanti. Pasquale Bonanno non era un uomo comune, era, piuttosto, un accumulatore, una riserva d'energia semovente, qualcosa tra l'essere organizzato e l'animale originario, ancora assai prossimo alle prodigiose forze naturali universali. Un pezzo di macigno staccato dalla gigantesca rupe primigenia: la sua forza e la sua brutalit cantavano e si espandevano come un inno sonoro, al suo passaggio.
E sedettero allo stesso tavolo.
La conversazione, in principio, parve piuttosto pesantuccia. Bonanno guardava la donna, Vania guardava il marito, Gorko guardava la terra. A tratti, i tre sguardi s'incontravano, fugacemente. Bonanno narrava di piccoli intrighi locali, facendo il muso volpino e l'occhio di triglia, adoperando un pessimo francese, al quale Vania rispondeva, assentendo, in inglese: Yes, yes...
Una volta, al Giardino Pubblico, si trovarono sotto la statua di un antico Ercole seminudo e villoso. L'esile Vania fu attratta dall'immagine, nel confronto con la figura del suo nuovo amico. Ed ebbe, quasi, un brivido sulla schiena.
Torn al confronto la sera, stando affacciata alla finestra ornata dal soffice tappeto di glicine rampicanti. Sent il bisogno di affondare la faccina arsa tra i morbidi grappoli azzurri.
Incantevole notte di Sicilia! Giungeva dal basso, dalla rada di Giardini, l'affannoso ansito del mare, e la luna piena, sfacciata, pi grande d'un sole, pioveva argento iridiscente su tutto l'Jonio fragrante di robusta salsedine.
E dalla stanza attigua Gorko continuava a tossire.
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Forse sent il bisogno di rianimare lo immobile stagno della propria giovinezza attingendo a quella pi rigogliosa fonte di vita. Tent, inconscia, di rinnovare la tradizionale esperienza alchemistica del medio evo, sperando nella trasmutazione. Pens al miracolo di quella incredibile comunione come ad una necessit di salvezza. E si propose di accettare le proposte di Pasquale Bonanno. Proposte tacite ma evidenti, fuoco di sguardi, trottolio di mezzi termini carezzelle di gesti incompiuti... L'uomo non aspettava che l'occasione. Non era abituato a perder tempo. Quella piccola straniera gli piaceva. Era fragile,  vero, ma le russe sanno amare. Vero  che era malata, pure: ma che gli importava ci? Quanto  vero Dio, gli piaceva! E poi, aveva tanta salute, aveva tanta forza lui!
Di modo che egli si mise a scherzare con quei due ricettacoli bacilliferi, con quei due congegni ad orologeria combinati per esplodere a tempo dovuto, come le umane macchine di morte nichiliste immaginate dal buon Leroux nelle avventure di Rouletabille.
Tossivano? Bah! Che importava la tosse! Lui, Bonanno, sarebbe andato a letto con la donna. Gorko moriva di dolore pel tradimento di Vania? Bah! prima, o poi, sarebbe stata quistione di giorni, per Gorko...
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E quando furono insieme, soli, Vania credette, veramente, alla liberazione e alla vita. L'altro era partito, per sempre. Non si sa se per l'Ospedale di Messina o per il deserto di Ucrania. Per questi due, invece, una nuova esistenza s'iniziava. Riunirono i loro oggetti: i libri, la tavola, il letto.
Lei gli stava sui ginocchi come un giocattolino, gli poteva salire sulla testa senza fargli piegare il collo. Tossiva ancora, la piccina, ma col tempo sarebbe passato, Lui le dava tanto della sua forza! E la piccina si rassicurava. Infatti, parve migliorare.
Peraltro, una notte, d'improvviso, Bonanno si dest ansimante. Aveva fatto un brutto sogno d'incubo. Aveva visto un morto. Il morto rassomigliava a Gorko. Gli faceva cenno da lontano, stando diritto su una fossa scoperchiata. Una fossa grande e vuota. E il terreno intorno era sparso di teschi bianchi. Bonanno ebbe paura, si pieg sul letto, coll'ampio torace nudo, accese la luce, poi fiss il soffitto.
La donna riposava, minutina, sull'altro guanciale: maschera di cera sulla neve soffice. Respirava calma. Lui non volle destarla. Sent un'oppressione strana prov il bisogno di urlare. Era l'incubo, ad occhi aperti, ora. L'inizio della tragedia.
Lo scherzo era durato abbastanza.
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Poi, finalmente, dopo un anno di intimit, un'altra notte d'estate dormivano con le finestre spalancate egli fu preso, d'un tratto, da un violento colpo di tosse. Il rantolo dell'assalto raggiunse subito un tono di muggito, e le pareti della stanzetta risuonarono cupe, come se vi percotessero fondi colpi di martello. Lei si dest attonita, vide l'uomo piegato fremente sudato singhiozzante; ebbe un brivido. Un brivido rivelatore. Era finita. Anche il gigante era preso. La morte vinceva.
Egli riusc a balbettare: Certamente, stasera, mi sono raffreddato; in piazza tirava vento di nord-ovest. L'Etna  gi coperta di neve.
Vania gli porse una pastiglia.
La sput con disgusto: Queste porcherie sono per voi russe.
Lo guard sorpresa: Perch? Perch mai?...
Egli rise dello scherzo villano.
Fu l'ultimo riso. Trascin per poco tempo il suo malanno. La morte fu con lui sollecita, quasi benevola; non lo fece soffrire a lungo.
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La storia  semplice, breve e triste.  una storia non vera, perci valeva la pena di narrarla. L'"Anticristo" di Selma Lagerloff non intervenne, questa volta, col suo miracolo. Il che dimostra che tra la storia e il romanzo c' differenza.
Vania Jablochkoff, amante ed assassina, prese la via del ritorno. Di lei non si seppe pi nulla.
E il sole magnifico di Taormina continu a splendere come se quei tre oscuri personaggi non fossero mai passati sulla terra.
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 L'ANELLO NUZIALE.
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Stanotte la Montagna non ha riposo.
Tutti i suoi bovi sepolti, stanotte muggiscono.
La montagna  cattiva, stanotte....
Da una settimana i suoi bovi sepolti, galoppano nelle sue viscere....
Ieri, di giorno, tra i pi alti pennacchi, lampeggiarono i serpentelli, e sull'imbrunire, poi, si distese uno stendardo di fiamma, mentre questa notte il cratere  tenebroso: ma freme persino la sciara delle nostre caverne.
Anche ieri, Bastianittu ha inteso un gran fischio, sembrava partirsi dalla sommit della Montagna, e saettare verso l'azzurro, tra le nuvole del pennacchio. Bastianittu ebbe paura.... Chi fischia mai, cos, di sottoterra?
Bastianittu pu sentire quello che noi non sentiamo. Esso  anima innocente.
Sono i sufoli del terremoto! Peggio per quelli che abitano le citt, e stanno sotto i palazzi di pietra, e dormono nei letti di ferro....
Peggio per noi, pure, che viviamo nelle grotte. Quando il Vulcano s'infuria, allora non v'ha salvezza per noi... Noi siamo i suoi vicini, ma la Montagna non ci riconosce. Essa scatena i suoi tumultuosi lupacci di fuoco, come una rossa mandria, gi per le pendici; e dove passano  la morte: gli alberi si torcono al loro approssimarsi, spendono, d'improvviso, come fiaccole, e s'inceneriscono; le case crollano, i fiumi disseccano, e tutto intorno alla corsa folle saltellano i vampiri venuti su con le lave, dall'Inferno che sta dentro la Montagna....
I pastori tacquero. Essi erano ben abituati alle collere improvvise e alle serene magnificenze della loro Etna nativa, e l su quelle falde, erano nati, tutte tre, e l su quelle falde sarebbero morti, tutte e tre. Ma quella notte qualche cosa di pi grave e di pi misterioso opprimeva i tre cuori rudi. L'aria era pi torbida e pesante, colma di vapori sulfurei. La collera della Montagna non esplodeva: cattivo segno. La Montagna era cupa. C'era da temere l'imprevedibile. I cuori dei pastori n'erano scossi.
L'estate era inoltrata. Il plenilunio giganteggiava nel cielo. L'Etna stessa ormai non adornava che di un leggiero monile di neve il suo collo regale, proprio verso il cono della sommit, eretto come un latteo incensiere nello incenso delle vie lunari.
Ora la montagna, vista da vicino, nella notte era spaventosamente superba. E i pastori l'adoravano anche cos, come si adora un dio benefico e terribile.
Timore ed amore verso la terra selvaggia e convulsionata su cui si adagia la massa nera e crollante delle valanghe laviche: paesaggi di pomici e di sciare, slabrature improvvise della roccia scura scendente a picco su abissi senza fondo, sentieri alti come fili impercettibili sui trapezi dell'azzurro: tutto quel maestoso e misterioso regno in cui la Montagna non permette altra espressione di vita se non quella della sua propria vita, tutta quella plaga d'inferno sollevata come per volont innaturale dell'abisso a provocazione del cielo, l'Etna insomma, cuore sempre vergine ed immortale della Sicilia, cuore gigantesco e fatale che pulsa per tutta la violenza e la grandezza della razza antichissima, si compone come un altare ed un enigma, in mezzo ai clivi pi fertili e benedetti della terra.
Per ci la gente che vive sotto il suo terrore e la sua protezione  gente buona violenta e poetica: abituata ad intrattenersi col pericolo e col sogno: due cose che si equivalgono.
Dopo un lungo silenzio, interrotto soltanto dai fremiti e dai boati sordi della Montagna, e, a tratti, dall'uggiolare del cane di guardia accucciato all'entrata della caverna, due dei pastori si assopirono, e soltanto Isidoro il Biondo rest a vegliare, cogli occhi sbarrati nella notte.
E, cogli occhi sbarrati, forse egli solo sognava.
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Ohu! ohu! grid l'uomo dall'altura sottostante.
Isidoro il Biondo apparve sul limitare della caverna. Il sole era appena pi alto della linea dell'orizzonte. Ancora tutto rosso, insanguinava le acque del mare siciliano.
Isidoro il Biondo guard verso il basso, al richiamo della voce. Fece solecchio con la destra, quando con la sinistra cerc la cicca del sigaro nella tasca dei pantaloni. Guard in silenzio, mentre il richiamo si ripeteva dal basso: Ohu! Ohu!, pecoraio!
Il cane scodinzolava.
Era un amico, certo. Qualcuno che veniva a recar notizie, da Milo, dal pi prossimo paese della montagna: Milo, boccia di frescure all'assetato di solitudine, Milo paesello dall'acqua chiara, tutto verde di state, tutto bianco d'inverno, Milo, la tappa silenziosa che precede l'ultima rampa verso la cima del vulcano.
Ohu! Ohu!.... Come si fa a raggiungerti, pecoraio?
Allora Isidoro il Biondo, seguito dal cane scodinzolante, mosse all'incontro. A tutta prima non riconobbe il sopraggiunto. Poi quando questi imbocc un viottolo ombrato, e si ripar dal barbaglio troppo vivido del sole sulle schiare e l'erbetta umida, gli parve di conoscerlo. Era lui, Tanu, il suo vicino. O che veniva mai a cercare il suo vicino di Milo, sulla Montagna che  dei pastori? E com'era giunto sin lass, solo, a quell'ora mattutina? Certo molte ore della notte aveva dovuto camminare; certo recava importanti notizie. C'era il colera a Catania? Era tornato il Borbone nell'Isola? Oppure, oppure.... Se si fosse trattato della Maruzza? Meglio il colera a Catania, meglio il ritorno del Borbone, allora!
Ora Isidoro il Biondo scendeva a grandi passi, si precipitava lungo la china.
Compare Tanu! Voi? E che novit ci recate dal paese?
A cui l'altro, ansimante: Niente compare, niente di nuovo. Vedete, oggi  il luned, giorno di riposo al mio mestieraccio, ed io che da tempo mi proponevo di venirvi a trovare sulla Montagna, ho pensato che il tempo non potesse essere pi propizio. Vi porto pure i saluti di comare Maruzza....
Ah! Grazie. Sta bene? E le avete parlato? Ve lo ha detto lei che fra qualche mese torner per celebrare le nozze? Sapeste che nottata insonne ho trascorso! Ieri la Montagna non ha avuto pace. E nemmeno il mio cuore ha avuto pace. Non so perch.
Compare Isidoro, voi non dovete pigliarla calda! Comprendo, siete giovane e le volete bene: ma se si pensa molto alle donne, si corre il rischio di diventare tisici, specie quando si  costretti a restare in solitudine, qu, con le pecore e gli uccelli.
Che volete! Ma accompagnatemi lass, alla grotta. Berrete una mezza cannata di siero fresco...
Gilio! Cola! Ohu! Venite il sole  alto!
I due si affacciarono all'imboccatura della grotta soffregandosi gli occhi con le dita. Mossero incontro al visitatore.
Salute compare Tanu!
Salute Gilio! Salute Cola!
Tu, Gilio, prepara una buona cannata di siero fresco, e mettiti poi al lavoro per le cose della giornata!
Compare Tano, stanco, si era lasciato cadere sopra un sasso nel piccolo spiazzale che sopravanzava il rifugio dei tre pastori.
Isidoro il Biondo gli sedette vicino:
Ora dite, compare, quando le avete parlato? Che cosa vi ha detto? Mi attende? Vi ha fatto vedere il finimento d'oro che le ho comprato a Giarre?
Eh, compare!... S, mi ha parlato di voi, proprio ieri a vespro, quando le ho annunciato che sarei venuto a trovarvi. Mi ha detto, vi ripeto, che vi portassi i suoi saluti, ma quanto all'ansia dell'attesa, di questo come volete che io sia informato?
Che volete dire, compare?....
Mah! niente.... Ottimo questo siero. Come rinforza la schiena, dopo una lunga passeggiata! E dicono pure che serva da medicina per lo stomaco! Capperi! Come state in alto! Da questo punto si scorgono la marina e le case di Riposto, e l, a sud, una spiaggia, curva, che dev'essere Magnisi presso Siracusa, e dall'altro lato un castello a mare che dev'essere il Capo S. Alessio, sotto Taormina... Com' leggera l'aria quass! A starci con tutti i comodi si potrebbe vivere cento anni, e senza pensieri, s'intende....
Compare Tanu, avete visto, ieri, mia madre? La settimana scorsa, m'ha mandato, con Bastianittu, questa corona e questa medaglia benedetta di S. Agata. E aperse la camicia sul petto ampio e forte, mostrandogli i doni materni. Mi ha fatto sapere di star senza pensiero, perch il nostro padrone  buono con tutti, di questi tempi che la separazione della frazione di Milo gli d la prospettiva di diventar Sindaco.... E il figlio del padrone l'avete visto?
Il figlio del medico Spinnato? Eh! caro mio.... Quello l non cambia.
Parlate chiaro, compare!
No: in certi affari  assai meglio cucirsi la bocca.
Compare, voi parlerete chiaro e gli uncin il braccio sopra il gomito con tutti i diti della mano destra voi parlerete chiaro, perch questo  lo scopo della vostra visita quass: l succede qualcosa di nuovo; ed io voglio sapere. Stanotte non ho chiuso occhio, e la Montagna non ha avuto pace.
Isidoro, io sono il vostro vicino, il vostro compare... Lasciatemi, so assai. Ma non voglio tagliarvi il cuore.
Parlate!
Maruzza forse non  degna di voi....
Parlate!
Il figlio del dottor Spinnato....
Eh?.... (Fu un singhiozzo).
Voi mi parlate del vostro finimento d'oro.... Ma l'anello che ha al dito non  vostro....
Ah! (Fu un ruggito).
Lo porta al dito: non ne fa un mistero. L'hanno visto tutti. Ma lui non la sposer: non pu sposarla. Tra poco sar medico anche lui, e forse Sindaco. Maruzza  una contadina, e quelli non sposano le contadine.
Gi.... Non par vero (Fu un rantolo).
Compare, badate a non far corbellerie. Io vi ho detto la cosa, perch vi conosco uomo serio ed incapace di andare verso il precipizio. E ora che ho fatto il mio dovere, perch siamo vicini, per il sangiovanni che ci lega, perch abbiamo fatta la guerra nella medesima trincea, vi dico: Compare Isidoro, non vale la pena, per una picciotta, di perdere la libert! Che volete farci? Son tutte cos le picciotte al giorno d'oggi! Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.... Si sa!
Ma Isidoro il Biondo non l'ascoltava pi. Egli fissava gli occhi senza lacrime nel maestoso disco solare che dell'oriente dardeggiava i suoi raggi sul mare e sulla terra, senza che le palpebre battessero sotto la calda e luminosa percossa.
...
L'altro si allontan, verso l'imbrunire, non dimenticando le ultime, pressanti raccomandazioni: Infine, non c' una sola ragazza a Milo, e tra poco voi non sarete pi garzone!
Isidoro dondolava la testa, senza rispondere. Mostrava di non comprendere: infatti non comprendeva. Il suo petto si alzava ed abbassava, quasi affannoso, sotto la ruvida camicia scollata. Cos lo lasci andare, senza seguirlo, nemmeno con l'occhio, sul sentiero scosceso tagliato a picco verso la vallata. Un giorno di pace, val meglio che cento giorni di gioia, e lui la pace gli aveva tolto, e gli aveva recato, pure, cento giorni di affanno... Ora?... No, no, al paese non sarebbe andato, mai pi.
Chiam Bastianittu, che distribuiva grandi fette di pale di opunzie al gregge, e gli parl sottovoce. Gli consegn lo scapolare. Il ragazzo ascolt, poi prese la borraccia e il bastone, e s'incammin rapidamente verso la china. Non s'era allontanato di molto, che Isidoro torn a chiamarlo. Bastianittu! Bastianittu... (intese, si sofferm, stava per rifare il cammino)... Gli fece segno di continuare: Bastianittu, fa quello che ti ho detto! Ritorn allo spiazzo, sedette sulla pietra. La testa gli doleva forte, un grave torto gli era stato fatto. Gliene bruciava la guancia. Il pecoraio ha un solo cuore nel petto. Consider le sue braccia lunghe, villose, su cui i muscoli si annodavano bruni e lisci come corde spalmate di sego, le carezz un momento, uno dopo l'altro tenendole fra i ginocchi, le stiracchi, le tese verso il cielo, improvvisamente diritte, rigide, spasmodiche, come due aridi tronconi di pioppo. E questa volta, cogli occhi aperti, guard verso il cielo.
Il cielo si accendeva delle prime stelle, impassibili occhi, assai lontani per potere scorgere il dolore degli uomini.
No, no, al paese non sarebbe tornato, nemmeno per uccidere.
Quando le braccia ricaddero, egli non ebbe pi forza di sostenersi. Ritrov la grotta, si butt sul giaciglio, cerc di serrare le palpebre con la faccia contro terra. Pianse.
...
A notte fonda, s'alzarono, di fuori, grida improvvise. Cola e Gilio chiamavano, con alte, strane voci paurose. Isidoro sollev la testa dalla sua fornace di pensieri, e guard verso l'apertura della grotta. Gli parve che gi fosse giorno chiaro.
Ma la luce non penetrava eguale, come quella del sole. S'alternava, invece, vacillando, alle ombre pi fitte. I suoi compagni accendevano forse le cataste sullo spiazzo? E che pazzia era quella, in piena notte di estate, quando il caldo  pi rovente che nella canicola del meriggio? Si avanz sino all'uscita, e, allora, guard verso la Montagna.
La Montagna bruciava il cielo con una specie di cupo albero gigantesco dalla sfrangiata corona porporina, le cui radici parevano infisse nel cratere.
Egli non n'ebbe spavento. Egli conosceva l'ira della Montagna materna. E non era forse quest'ira prorompente, se non la sua medesima ira profonda e contenuta? Riconobbe, nel tremendo offuscato volto materno, il torvo strazio del proprio cuore. Pens: La montagna vuole uccidere stanotte....
Poi, parve attirato dal grande mistero, e mosse, automaticamente.
S'inerpic, accelerando il passo.
Cammin per ore e ore.
Cammin per l'eternit.
Mistico e tremendo viaggio, durante il quale tutte le leggende lo avvolsero e tutti i tempi lo solcarono. La tempesta di follia per la quale fiammeggiava la sua anima primitiva, sent il prossimo uragano di fuoco come un naturale elemento preservatore. E il Fuoco parve invero rispettarla.
Intorno, dall'alto, straripavano i fuggiaschi della imminente spaventosa rovina. Passavano intente, o ululando, veloci come saette puntate verso il mare, lunghe e strane bestie fulve, dal pelame arso fantasmagorico, ed altre, contorte, si rotolavano al suolo, scuotendo la cenere calda. Piccoli esseri mostruosi dalle code sfioccanti come ventole diaboliche e occhi vetrini bianco-rossi nelle tenebre, si rincantucciavano in anfrattuosit zollari, attendendo, terrorizzate, il compiersi dell'immancabile cataclisma. Una volta sola venne invocato da voce mortale. Era il romito del Passo del Cavallo che si precipitava dalla sua altissima grotta di penitenza, verso il basso e che lo riconobbe nella notte. Lo chiam pi volte, e poich non ottenne risposta, dopo breve sosta, fece il segno della croce, e, senza benedire, continu la sua fuga.
E geni, e spiritelli, e anime di morti senza sacramento, mossero pure, lingueggiando, saltellando, zampillando, strisciando, franando, con grandi risate ora roche, ora argentine, dai culmini, verso l'ospite senza paura. Sulla bocca circolare di ardenti pozzanghere, sulle ferite deformi e sfrangiate della terra in sussulto, accanto alle zodiacali screpolature della roccia abissale, Isidoro il Biondo, viatore ineluttabile, correva, veloce e leggero, come se l'ala di fiamma, come se la vertigine caotica lo elevassero dai baratri, lo spingessero fatalmente verso la meta. Quale meta?
Le vampate della infernale tormenta gli erano ormai prossime. Nuvole di fumo denso, crepitii e scrosci e scoppi ininterrotti, muggiti misteriosi annunciavano l'avvento di una scatenata ira ciclopica che stesse l per frantumare e sconvolgere tutta la Montagna. I tauri enormi che pascolano sulle rive dei fiumi sotterranei, dopo la furiosa galoppata nelle caverne preistoriche, gi s'affacciavano sull'anfiteatro vulcanico alzando verso le stelle le froge insanguinate e inalberando la selva delle punte giganti tra i rossastri bagliori dell'incendio inaudito. Poco avanti ancora, e strane bombe infocate piovvero, rimbalzando, scoppiando, scivolando, con lunghe tracce di scie fosforescenti.
Egli entr, in tal modo, prodigiosamente illeso, proprio nell'orrore del fantastico vortice, alla base della colonna sublunare: il pino del fuoco. Ud il crollo delle pi fragorose caterratte. Si lanci nella spuma della fiaccola immane, con un grido acuto, stridulo selvaggio... In quel medesimo istante la corona mostruosa dell'albero vulcanico si spalanc sul cielo di tenebra, incurvandosi, e delineando, quasi in preciso nitido cerchio, l'immagine di un occhio ardente tra palpebre senza pupilla, o di un inverosimile anello porporino, come se Plutone, dall'abisso, avesse voluto gettare il suo dono d'amante divino all'invisibile Proserpina del Cielo.
Il tuo anello nuziale, o pecoraio!
Cos egli affond nell'oceano delle fiamme.
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 AMORE, TUO PICCOLO ERRORE.
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Tutte le notti mi turba il logorante richiamo di un'oca. Non so dove sia, non so in quale pantano della vita persista a guazzare quest'oca del maloaugurio. Nulla di pi terribile dell'insulsaggine fastidiosa: quel richiamo m'impaurisce. Quando l'odo, prego Iddio che mi faccia sordo. Ma tutto  inutile, il gracchiare m'insegue, nella veglia e nel sonno, nell'ombra e nella luce.
E quando odo l'oca, penso alla comune istoria di Cerosa Prisciantella. Sono due martirii, ma sono per me, la stessa cosa. Istoria che ha pure un precedente letterario. Prisciantella somiglia a Tristouse Ballerinette. Ma qu mancano e il grande poeta Croniamantal e il bel tornito Guglielmo Apollinaire, che riemp di s il mezzo secolo scorso. Ricordate l'avventura, diremo cos, partoriente, di Tristouse?
Dall'istoria di Prisciantella manca questo ventilato episodio, ma le due fanciulle hanno molte cose comuni.
Donde era venuta la piccola? Era cascata quaggi dal settentrione, da una citt pi grande della nostra, in cui si fa altro modo di vita, in cui le donne sono leggre, e comprendono, e cedono pi facilmente agli uomini. La poverina non aveva forti doti personali: se togli un gran paio d'occhi nerissimi sgranati alla siciliana, e una diritta linea di dorso sulle anche nervose, non puoi dire che fosse per nulla interessante. L'interesse che suscit subito nell'uomo maturo, si deve al fatto che costui la credette, l per l una ragazza di spirito. Fu un errore gravissimo. Inoltre c'era il cosidetto fascino dell'et: Prisciantella aveva diciannove anni, ma ne dimostrava sedici.
Capirete, che l'anzianotto, d'oltre quarantacinque, messo accanto a questi occhi e a questo dorso, per cinque o sei ore ogni giorno, era inevitabile dovesse costituire, almeno in pensiero, qualche ingenua complicazione sensuale, senza cattivi propositi, s'intende!
La fanciulla non era felice. A lui parve, anzi, che essa non dovette mai esserlo. Forse nella grande citt del settentrione, aveva pur essa avuto la sua piccola avventura; per era indubbio che quel pettuccio non aveva mai respirato a pieni polmoni l'istante della libert o della gioia. Poco a poco, l'uomo serio la guard con altr'occhio, le sorrise con altro sorriso, le strinse la mano con altro fervore. Cos facendo, l'uomo serio, s'intende, perse la sua seriet. Ma non c' rimedio, questa  la vita, e la colpa non  poi da attribuirsi all'uomo, che fu gi serio.  In fondo, che cosa  mai la seriet?  la maniera di resistere alle cose piacevoli o allegre, la maniera di sapersi opporre alla ilarit delle cose mortali, le quali,  chiaro, sono sempre colme di ridicolo.
...
La faccenda si svolse secondo il suo naturale e tradizionale corso.
Se Prisciantella piacque all'uomo serio, quest'ultimo non parve dispiacere a Prisciantella. La poverina era sola, e quasi desolata. Lavorava in silenzio, incompresa, e quasi estrania all'ambiente, nel quale si movevano una quarantina di gobbe da tavolo, terrorizzate da una sola frusta. L'uomo serio fu il primo, se non il solo, ad accorgersi di questa cosa minuta, a raccogliere nelle sue mani forti questo bocciuolo tutto sentimento, che coi grandi occhi pareva dire soffro, e pareva dire voglio godere.
Io son qu per lenire la tua sofferenza, io son qu per farti intravedere la gioia. Pareva rispondere lui, alle occhiate languide, con le sue, penetranti. Tra una somma di dialoghi vuoti, fatti di gesti, di mezzi termini, di sorrisi stentati, di carezze tentate, ogni tanto affioravano verit filosofiche. Finalmente lui le chiese un bacio.
Non era gran cosa, specialmente se chiesto a Prisciantella. Ella si rifiut.
Perch non me lo vuoi dare?
Per tante ragioni.
Era evidente che non c'era, invece, alcuna ragione.
Ed egli aggiunse: Vero , certe cose non si chiedono: si prendono.
Cos, un'altra volta se lo prese.
Ci non ebbe alcuna conseguenza. Ma quando si trovarono insieme, seduti sulla stessa panca del grande giardino soleggiato, in una giornata d'inverno, tiepida come la primavera, egli tent una sua assurda giustificazione. Le disse, su per gi, queste sciocchezze:
Ascolta, bimba: tu mi puoi essere figlia, ma io ti parlo come si parla all'amante. Perch, indubbiamente, io ti amo, e non come si ama una figlia. Purtroppo si tratta di qualcosa di diverso. In fondo, la differenza consiste in una limitazione.  quistione di termini, nel contratto dell'amore. Con la figlia il contratto  unilaterale: tutto dare, niente avere. Con l'amante il contratto  bilaterale: si tratta di ricambio. Si d e si vuole. Ora, che ti d io, col mio amore maturo? Ora, che mi dai tu, con la tua fresca giovinezza? Contemperiamo i due rapporti. Qualche cosa ce la scambiamo. Anzitutto il sentimento. Ma il sentimento non  tutto. Ecco, non cercare di porre la tua mano sul mio capo. Ne soffrirei terribilmente. Ti lascerei. I capelli se ne sono andati. La cosidetta bella chioma dei venti anni se n' andata, da un pezzo.  rimasta nelle mani delle donne che ti hanno preceduta. Non hai colpa tu, e non ho colpa io. Sei giunta tardi. Ma far di tutto perch tu te ne accorga il meno possibile. Non ti chiedo troppo: un sorriso, una carezza, la possibilit di un'illusione...
Ella ascoltava, silenziosa, come se comprendesse.
Una volta le rispose in modo da mettergli i brividi:
Se ti pongo la mano sul capo, io non provo la sensazione fisicamente piacevole della massa di capelli fra le dita; penso, invece, che sotto le mie dita sta la tua scatola cranica, e, dentro, il tuo formidabile cervello. Penso cio di contenere e dominare un mondo, nella mia fragile mano. Certo, un mondo, un mondo di idee, di esperienza, di saggezza, che nessuna testa capelluta ventenne pu mai contenere. Penso che altre donne, tante, prima di me, hanno agognato questa possibilit, e ci mi eccita. Perci ti amo col sentimento e con la carne. Chiedimi quello che vuoi, prenditi quel che puoi di me; io non ti so dire perch accetto il contratto d'amore senza ricambio, ma, certo, sono, e sar, tutta tua, anche se tu non sei e non potrai essere tutto mio. Anche se il tempo ti ha tolto qualcosa io non comprendo quale che ti diminuisca innanzi a te stesso.
Un simile ragionamento era fatto a posta per scombussolare.
Infatti, quand'egli s'ammal gravemente, non ebbe pi pace. Voleva averla vicina (il che non era possibile), la vedeva nei suoi sogni febbrili, la chiamava, ad alta voce. Prisciantella non and mai a trovarlo, nemmeno quando tutti gli amici costernati, passarono innanzi al letto dell'ammalato. Egli sorrideva triste aveva guardato tante volte da vicino la sorella Morte! ma con l'occhio socchiuso cercava la linea sottile profumata di Cerosa Prisciantella. Forse le condizioni di debilitamento generale, il farnetico della febbre, la congestione polmonare, influirono tanto ad acuire lo scherzetto sentimentale, che lo stesso divent simile a quel furore d'erotismo che volgarmente si dice cotta.
Ma Cerosa non venne; anzi profitt della di lui assenza per intrecciare un nuovo idillio interno, vogliamo dire nello stesso Ufficio. E questa volta in modo diverso. Di tutto ci il malato non seppe nulla: d'altronde, sarebbe stato lo stesso.
...
Perch la premessa era stata quella: nessun diritto all'uomo anziano, tutt'al pi qualche concessione. Il patto, malgrado l'impegno dell'altro contraente, rientrava nei suoi termini originari, ridiventava unilaterale. Per essendo il successore un uomo molto giovane, Prisciantella correva il rischio di veder capovolti i termini della convenzione a suo rischio e pericolo.
Bella testa quella di Balduino! Sfrontata diritta inselvata di capelli. Quanti capelli! Quella testa proclamava: Fatemi largo! Fuori i vecchi! (Per i vecchi intendeva anche gli uomini di trent'anni). Io ho tutte le esuberanze, e non trovo modo di esaurirle... Voglio donne, velivoli, battaglie... La terra  mia. S,  mia la terra. Per Dio!
Ragionamento, senza dubbio, gagliardo.
Prisciantella lo intese, e ne fu estasiata.
Quando, a guarigione avvenuta, l'uomo anziano ne fu informato, si permise, pacatamente, di far notare alla piccola riottosa:
"Ascolta, piccola, io voglio farti presente il destino della mia generazione. Due o tre generazioni si sono sacrificate, per preparare il godimento alla generazione di Balduino. La mia pi di ogni altra. Noi facemmo la guerra, quando altra gente, ed i mocciosi come Balduino, imbrattavano le nostre donne. Della nostra forza, tutta, noi abbiamo fatto olocausto. Non ci giov per il godimento la forza, a noi. Poi facemmo la Rivoluzione fascista per la giustizia della guerra, per la pace del mondo, per la grandezza d'Italia. E Balduino ha poi imparato a pappagallo quelle canzoni che per noi gocciarono sangue. Balduino ha avuto il cosidetto retaggio, e far anche lui cose grandi, a suo tempo. Intanto ha pure il diritto di godersi le donne; tutte le donne, quelle della mia e quelle della sua generazione. Corpo d'un Balduino! Oh, la mia gioia d'amarti era pure una piccola maturata vendetta! Tu appartieni alla generazione di Balduino o quasi. Ora io ti avrei preso pure per questo: per cornificare con un gesto solo, tutta quanta la sua generazione... Un ricambio malvagio, forse, ma giusto. Attendevo una donnina nuova che mi comprendesse e mi aiutasse, me, antico; e credevo averla trovata, Prisciantella. Mi comprendi?
Ella nascose il musetto fra le mani, e sussurr:
Ma Balduino ha promesso sposarmi...
Ah, va bene, va bene! Quand' cos,  un'altra cosa.
Ecco, come, d'improvviso, io ho sentito per la prima volta, il richiamo d'un'oca, nel mio primo sogno antidiluviano.
...
Con Balduino la faccenda ingross. Non diciamo che si cadde in un vero e proprio scandalo, ma la cosa dette all'occhio. La povera Prisciantella ne rimase mortificatissima. Ma come occultare il mal fatto? Piuttosto, si trattava di riparare, al pi presto. Un giorno l'uomo maturo colse questo poco edificante dialogo:
 ora che tu mantenga la tua promessa, Balduino!
Cara, certo, manterr la promessa; ma a tutt'oggi, la cosa  impossibile.
Non vedi? Tu solo fingi di non accorgerti!...
So, so, so; ma noi, gente d'oggi, non possiamo preoccuparci degli incidenti di questo genere. Peraltro, verr l'ora in cui regoleremo anche la tua posizione. Certo che da questo riguardo la Russia ha sistemato meglio di noi le cose...
(Pianto silenzioso)
Finiscila!
Infame!
Non mi seccare!
T'ammazzo!
(Qui, l'uomo maturo, in ascolto, stava per gridare: benissimo! ma si trattenne, anche perch il giovanotto fece un gestaccio, e s'allontan sollecito.)
La trov sul divano, semistesa, singhiozzante, ed il ventre rotondetto le balzava sotto i seni tentennanti. Le tolse le mani dal viso, le liber i begli occhi umidi, le prese il mento tra due dita, e le disse:
Coraggio, Prisciantella! Noi, nel secolo passato, eravamo pi onesti. Ma ci non importa. Quest'affare deve aggiustarsi.
Mi salvi, mi salvi lei, mio amico, mio unico amico. Mi salvi lei, lei che dovrebbe pestarmi, lei che dovrebbe uccidermi!
E perch mai dovrei farti ci? Credi forse che uno il quale riesce a vincere il suo amore, non riesce a vincere il suo orgoglio? Io non t'amo pi, piccola amica, ma tu per me resterai sempre la colomba bianca che dal mio omero salta sul mio dito indice disteso, ed io lascio l'indice disteso, per l'eternit, perch la mia colomba bianca non venga disturbata.
S'aggrapp al suo braccio: Caro, mi dica, come far?
Gli parler io, vedremo.
Infatti, and a trovarlo. Le parole furono brevi, accese. Il giovanotto rispose con una sghignazzata: Ah, dunque era vero? Lei  molto buon amico di Prisciantella? E perci s'interessa di lei? Dunque, certe voci non mentiscono? Puah! Crede forse che con un dubbio di questo genere io possa sposarla? Gi, si fa presto a sposare, coi tempi che corrono! Mi lasci in pace!
L'altro cerc replicare, promise pure tutto il personale autorevole interessamento per una pi seria sistemazione economica di Balduino; preg, dopo aver minacciato, torn a minacciare; e quando il colloquio fu troncato, se ne and iroso, pi scontento di s che del suo interlocutore.
Perbacco,  duro il ragazzaccio!
Prisciantella attendeva l'esito del tentativo, ma l'uomo maturo rinvi la risposta. Voleva tornare alla carica, e anzi questa parola carica gli faceva uno strano effetto. Egli intuiva che soltanto per mezzo dell'atto che corrisponde a questa parola, avrebbe ottenuto quanto voleva.
...
Ma Prisciantella non gliene dette il tempo.
Fu trovata morta al suo tavolo da lavoro, col mento poggiato sul fascicolo bianco, e i grandi occhi sgranati in una espressione di stupore sopranaturale.
La morte venne attribuita a sincope, a male cardiaco.
Venne raccolta da mani delicate mani maschili composita in ingenuo atteggiamento, sistemata con le due mani in croce sul seno, sopra quel divano antico, ch'era stato testimone scricchiolante della sua breve gioia insoddisfatta.
Ma l'uomo maturo volle coprirla di fiori magnifici. Dai fiori appariva soltanto il piccolo viso di cera, assunto questa volta a una sua strana tristezza irreparabile. La morta non fu vegliata, e anche il solo uomo che l'aveva amata rimase assai poco innanzi al cadavere. Rimase fissando intensamente il piccolo viso di cera. I suoi occhi erano asciutti. La sua bocca era quasi tirata a un sorriso. Ma niente di tragico, niente di tremendo. Nella sua non breve e non lunga esistenza, l'uomo maturo aveva pi volte interrogato l'ultimo mistero, e l'interrogazione era rimasta senza risposta. Non parla la morte.
Un'altra storia d'ogni giorno, un altro punto fermo. Un passo e una caduta. Un'altra pagina di diario da strappare.
Ma il giovanotto? Dov'era il giovanotto conquistatore?
Lo vide uscendo, nell'altra stanza, quasi soffocato dal dolore. Perci non piangeva, ma si provava a singhiozzare. E disse, con aria tragicamente studiata:
Sono un assassino, mi uccider.
Ma l'uomo maturo lo prese sotto braccio, e gli rispose: Non ti ucciderai, non saprebbe che fare, di te, la morte. La morte  intelligente.
Poi, d'improvviso, lasciandogli il braccio, gli torse d'un colpo le spalle, ed esclam Piuttosto, poich sei stato un mascalzone, meriti un ricordo. Eccolo, da parte di Prisciantella!
E gli applic un poderoso calcio sotto la schiena.
...
Quale occulto rapporto possa cogliere il mio spirito doloroso e vagabondo tra la storia che ho narrata, e il mio tormento notturno, cio il fastidio dell'oca che gracchia ogni notte in un oscuro pantano del mio vicinato,  assai difficile stabilire. Peraltro, la mia vita sta molto attaccata a questi due avvenimenti, e l'uno richiama l'altro, con una continuit monotona, con una regolarit esasperante. Oltre la giovent  l'et matura, oltre l'avventura  il ricordo, oltre il fantasma d'amore , sempre, l'idiozia. Cos ho visto, e vedo, Prisciantella, Balduino e me stesso.
...
.
...
FINE.